Buona la prima per il nuovo tecnico della Seleção, Mano Menezes: il Brasile piega infatti per 2-0 in amichevole gli Stati Uniti, con le reti del milanista Pato e del giovane talento (solo diciotto anni) Neymar. Davanti ai settantottomila spettatori del nuovissimo New Meadowlands Stadium di New York, il selezionatore della nazionale sudamericana schiera una formazione ricca di giovani, molti dei quali costituiranno probabilmente l’ossatura della squadra destinata a traghettare i verdeoro verso il Mondiale che ospiteranno nel 2014.
Partita dominata dai brasiliani, che riescono sin dai primi minuti a rintuzzare i tentativi dei padroni di casa, tra i quali l’unico in palla sembra essere la stella Landon Donovan, ed offrono spettacolo, soprattutto con le giocate della coppia del Santos Neymar-Ganso. E’ proprio il gioiellino del club paulista a siglare la prima rete con un millimetrico colpo di testa su cross dalla sinistra. il raddoppio arriva in chiusura di prima frazione, quando Pato, su splendido assist di Ramires, scarta il portiere e infila. Nella ripresa vicino al gol anche Robinho, ma il palo dice di no al giocatore del Manchester City.
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Nel giro di 24 ore cambia tutto: solo ieri davamo come per sicura l’assegnazione dell’ambita panchina del Brasile a Muricy Ramalho, oggi la Federazione brasiliana ha dovuto prendere atto dell’impossibilità del designato di abbandonare la Fluminense in corsa e così ha dovuto virare sul runner-up, l’allenatore del Corinthians Mano Menezes. Il pasticciaccio del numero uno del movimento calcistico carioca, Ricardo Teixeira, nasce dalla convinzione che, una volta convinto Muricy, non ci sarebbe voluto molto a strapparlo dal club di Rio che allena; ma il presidente della Fluminense ieri, punto nell’orgoglio, ha vietato l’operazione: intransigente Roberto Horcades, che ha confermato i dissapori che da tempo intercorrono tra la sua società e la Federazione. Tutt’altra storia con Andres Sanchez, numero uno del Corinthians, capo delegazione in Sudafrica della Seleçao: seppur a malincuore ha liberato “Mano”.
“Ma se perdi domani non sei libero di andare in nazionale” ha scherzato Sanchez nella conferenza stampa di addio del tecnico, che ha così commentato il suo passaggio sulla panchina dei verdeoro: “Sono molto orgoglioso e felice della scelta, ero la seconda opzione ma non tocca a me commentare la prima. Ammiro molto Muricy Ramalho come persona” e via a subire i complimenti di Ronaldo e Roberto Carlos, i due big del club di San Paolo. “Ciò che ha determinato la scelta è l’intesa della necessità del rinnovamento immediata della nazionale brasiliana che Mano Menezes inizierà già nell’amichevole del 10 agosto con gli USA” le parole di Teixeira che, tra le righe, ha imposto le convocazioni di Neymar e Ganso, facendo sapere inoltre che per la partita contro gli americani i convocati dovranno provenire solo da club brasiliani.
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Dopo la prematura eliminazione del Brasile agli scorsi Mondiali (fatali i quarti di finale contro l’Olanda), la Federazione di calcio carioca aveva la pesante responsabilità di sostituire Carlos Dunga per affidare i pentacampeao a colui che dovrà condurli ai Mondiali casalinghi, fra quattro anni. Tanti i nomi circolati nelle scorse ore, da Leonardo a Menezes, alla fine a spuntarla è stata Muricy Ramalho, 55enne allenatore della Fluminense che ora dovrà svincolarsi dal club di Rio de Janeiro per tuffarsi in questa nuova affascinante avventura.
Alle nostre latitudini non è molto conosciuto: da calciatore ha speso una vita dividendosi tra il San Paolo e i messicani del Puebla, da allenatore una sfilza di esperienze in patria sulle più svariate panchine, con una piccola parentesi anche in Cina. La più grande soddisfazione professionale, indubbiamente, la tripla vittoria consecutive alla guida del San Paolo, campione del Brasilerao nel 2006, 2007 e 2008. L’anno scorso mezzo flop al Palmeiras, ma quest’anno con la Fluminense era in testa alla classifica e aveva anche trovato un insolito buonumore (”E’ l’aria di Rio” scherzava, alla sua prima esperienza in questa città).
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L’Italia paga con l’uscita dalla top ten del ranking Fifa il suo disastroso mondiale. Non è sicuramente la notizia peggiore del deludente mondiale, ma è un dato che deve far riflettere e che rispecchia lo stato attuale del calcio italiano. L’Italia perde sei posizioni rispetto alla classifica di un mese fa ed ora è tallonata alle spalle dalla Grecia. La Spagna campione del Mondo è al comando del ranking Fifa con 1883 punti. Le Furie Rosse precedono l’altra finalista in Sudafrica, l’Olanda, seconda con 1659 punti. (Le Prime 100 Posizioni)
Terzo il Brasile con 1536. Tra le grandi, peggio degli azzurri solo la Francia che perde 12 posizioni e scende al 21esimo posto (890). La Germania occupa la quarta posizione con 1464 punti seguita dall’Argentina quinta con 1289 punti. L’Uruguay, quarta al Mondiale, sale al sesto posto con 1152 punti. Settimo posto per l’Inghilterra di Capello e ottavo per il Portogallo, nono l’Egitto (campione d’Africa) e decimo il Cile che sale di otto posizioni.
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“E’ bello avere qualcuno al timone che riesce a darti serenità e non ti trasmette panico -ha commentato il giocatore olandese dell’Inter al magazine olandese ‘Helden‘- Dopo un primo tempo difficile contro il Brasile, siamo riusciti a restare tranquilli. Preferisco avere uno come Van Marwijk in panchina, piuttosto che due idioti come Maradona o Dunga“. Poi elogia il gruppo olandese: “Tutti parlavano dei ‘fantastici quattro‘ (Sneijder, Robben, Van Persie e Van Der Vaart) -ha spiegato-, ma ora guardate come gioca Dirk Kuyt. E’ un titolare fisso ed è giusto così. E’ stato giusto anche non togliere Robin (Van persie). Lui è molto utile per noi”.
Lo spirito del Ct olandese ricorda a Sneijder quello di Josè Mourinho: “Anche lui all’Inter era capace di darci grande fiducia“. La smentita del diretto interessato non si è fatta attendere: “C’è stato un grosso equivoco nella trascrizione e nelle varie traduzioni delle mie parole. Nell’intervista non mi sono mai riferito direttamente a Maradona e Dunga, nei confronti dei quali nutro molto rispetto sia per quello che hanno fatto da calciatori sia per il loro lavoro come tecnici. Nell’intervista, ho solo parlato delle differenze che ci sono tra allenatori, perché ognuno di noi non può essere uguale ad un altro. Mi spiace moltissimo delle interpretazioni sbagliate che sono state date alle mie parole”.
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Sessantaquattro anni dopo lo sciagurato, se non infausto, Mondiale del 1950 il Brasile fra 48 mesi avrà l’occasione di prendersi una bella rivincita: nel 1950 i campionati del mondo giocati tra le mura amiche furono fallimentari per la vittoria finale dell’Uruguay, nel 2014 l’opportunità di cancellare definitivamente quella delusione che neanche il tempo ha saputo mandar via. Già, ma per arrivarci bisognava che l’antipasto sudafricano fosse stato sfruttato a puntino, invece i verdeoro tornano a casa con mille punti interrogativi, con più di qualche crepa da riparare e soprattutto senza un allenatore.
Da ieri, infatti, Carlos Dunga non è più il ct della Seleçao; l’ex giocatore di Fiorentina e Pescara non ha tutte le colpe, ma di certo più di una responsabilità come lui stesso ha ammesso: dopo l’illusione della scorsa Confederations Cup, pensava che riproporre lo stesso gruppo fosse stato abbastanza per arrivare quanto meno tra le top four. E invece insistere su giocatori come Melo, Fabiano o Kakà, ampiamente deludenti coi loro club, e tenere fuori l’idolo locale Neymar (e che dire di Pato e Gamso?) alla fine forse ha pesato, senza contare che l’ormai ex selezionatore non ha saputo inculcare la giusta mentalità, gestendo le energie nervose dei suoi ragazzi molto molto male.
Se Berlusconi porta sfiga al Brasile (e anche all’Italia…), Mick Jagger non è da meno. Anzi. Nello spietato e irrazionale gioco della scaramanzia da bar il leader dei Rolling Stones scala posizioni, non certo discografiche, e si piazza al primo posto dei personaggi che i tifosi del mondo vorrebbero evitare allo stadio. E pensare che a noi italiani regalò due pronostici vincenti che rimasero alla storia: il 3-1 del 1982, poco prima della finale con la Germania e prima di un concerto in Italia e l’altro nel 2006 (disse che l’Italia avrebbe battuto la Francia 1-0: non andò proprio in quel modo, ma fu in ogni caso beneaugurante).
Io non posso essere soddisfatto, io non posso essere soddisfatto, perché mi sforzo e mi sforzo e mi sforzo, ma non posso, proprio non posso, dice una strofa della sua canzone più celebre. E a giudicare dalla cronologia delle sue apparizioni negli stadi in Sudafrica sembrerebbe proprio così. Partiamo dalla prima comparsa. Il 26 giugno è il giorno di USA-Ghana e il nostro viene immortalato a Rustemburg, gomito a gomito, con Bill Clinton. Gli Stati Uniti sostenuti da due personalità di spicco lottano ma devono cedere il passo agli africani. Passano solo 24 ore: è il giorno della nazionale di Mick, l’Inghilterra che non alza la coppa dal lontanissimo 1966. A Bloemfontein il cantante indossa una sciarpa inglese in bella vista, ma i suoi connazionali vengono sommersi di goal dalla Germania.
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”Hahahahahahaha!”. Una risata colossale vi seppellirà…In realtà si tratta del titolo che campeggia sulla home page di globoesporte.com, il principale sito sportivo brasiliano. Si festeggia per il tonfo dell’Argentina, eliminata dai Mondiali di Sudafrica 2010 dopo il pesantissimo e umiliante k.o. contro la Germania nei quarti di finale e per l’uscita dai mondiali di Maradona. Affonda il colpo anche il quotidiano ‘Folha’ di San Paolo: ”Con facilita’, la Germania travolge l’Argentina 4-0”. Abbondano gli approfondimenti sulla ”goleada tedesca” e sul ”dramma argentino”. Estadao.com racconta che ”la Germania ha distrutto con 4 gol il sogno argentino”. Il portale Terra, invece, sceglie il termine ‘‘massacro” per riassumere la giornata.
Diamo un’occhiata ai titoli che abbiamo raccolto delle più importanti testate giornalistiche spagnole, tedesche e argentine, usciti subito dopo il fischio di chiusura dei quarti di finale.













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“E’ il mondiale delle sudamericane!”. Una frase che è riecheggiata quasi come un avvertimento, in queste settimane, da molte emittenti e testate giornalistiche, Sky e Rai comprese. E in effetti lo svolgimento della fase a gironi lasciava presagire un finale di mondiale diverso: Brasile quadrato e schiacciasassi fino agli ottavi di finale, Argentina divertente che divertiva e vinceva, Cile spregiudicato e incosciente, Paraguay più guardingo ma efficacissimo. Senza contare il Messico della golden generation (è Centroamerica, ma per lingua e cultura calcistica non è un delitto incasellare i messicani nel novero delle sudamericane) che si è spento agli ottavi, come successe nel 2006.
Tra le sudamericane, ai quarti, arrivano, oltre alle due quotatissime e talentuose Argentina e Brasile, le nazionali tatticamente più ordinate: Paraguay e Uruguay. Il Paraguay, inserito nel girone dell’Italia, non fa stropicciare gli occhi per qualità di gioco e inventiva, ma è tremendamente ostico e difficilmente penetrabile. Privo del suo goleador, Cabañas, è gestito sagacemente dal tecnico Martino che, senza voli pindarici, porta i biancorossi al primo posto nel girone dell’Italia. I paraguaiani arrivano ai quarti vincendo una sola partita, nel girone contro la Slovacchia, prima di uscire lottando fino all’ultimo contro la Spagna campione d’Europa che non sembra ai livelli eccelsi di due anni fa. Ma pur soffrendo anche questa nazionale europea è lì, a giocarsi la coppa come non le è mai successo.











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Protagonista assoluto della disfatta del Brasile in questi campionati del mondo è stato Felipe Melo. Nella partita di stasera contro l’Olanda il brasiliano ha pensato bene prima di ostacolare l’uscita di Julio Cesar mandando il pallone in rete, e poi di farsi espellere per aver rifilato un pestone a Robben. Niente di nuovo per il brasiliano che quest’oggi si è reso protagonista di una prestazione in linea con quelle fatte vedere nell’ultimo anno in bianconero.
Distratto, presuntuoso e nervoso Felipe Melo è il manifesto dell’inaffidabilità. Perdere la testa e farsi cacciare per un fallo non di foga, che sarebbe stato grave ma in qualche modo più comprensibile, ma bensì di reazione, in una partita delicata come quella di stasera, è l’ennesima dimostrazione di tutti i limiti mentali e tattici di questo giocatore. Sarà un grosso problema anche per la Juventus riuscire a convivere ancora un altro anno con questa calamità in campo.












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