Un ricordo di Andrea Fortunato, a 15 anni dalla sua scomparsa


Sono passati quindici anni da quel piovoso pomeriggio di aprile che porto via con sé Andrea Fortunato, giovane campione della Juventus e speranza del calcio italiano. Aveva 23 anni, una leucemia linfoide acuta lo strappò alla vita dopo una battaglia durata quasi un anno, combattuta con coraggio e che pareva dovesse essere vinta. Purtroppo il destino non aveva in serbo per lui un lieto fine, una polmonite gli causò un drammatico abbassamento delle difese immunitarie che ne causò la morte.

Andrea Fortunato aveva iniziato la sua carriera da professionista nel Como, una prima stagione in Serie B e la successiva in Serie C1 lo portarono all'attenzione dei grandi club. Lo acquista il Genoa che lo manda a farsi le ossa a Pisa prima di richiamarlo alla base, è la stagione 1992/1993 e a soli 21 anni è titolare, 33 partite, 3 gol compreso quello decisivo per la salvezza nel 2-2 contro il Milan. I suoi numeri convincono la Juventus ad investire su di lui, si realizza così il sogno che aveva da bambino, quello di vestire i colori della sua amata Vecchia Signora.

In bianconero è subito titolare, scende in campo 27 volte e segna anche un gol; Arrigo Sacchi si accorge di lui e lo fa esordire in azzurro contro l'Estonia, resterà la sua unica partita con la maglia dell'Italia, unica di una serie che tutti avevano immaginato lunghissima. Nella seconda metà della stagione le sue prestazioni calano, i tifosi arrivano addirittura a contestarlo, rimproverandolo di mettere scarso impegno, di essere ormai appagato. Lui abituato a dare tutto non si spiega il perché di questo crollo, alla fine di maggio gli viene diagnosticata la leucemia, i tifosi attoniti sono costretti a chiedergli scusa, inizia la sua lunga battaglia.

All'ospedale di Perugia viene sottoposto a trattamenti di chemioterapia, poi riceve un parziale trapianto cellulare, prima dalla sorella Paola, poi da padre. Le cose sembrano migliorare, molti sperano che questa brutta storia possa essere dimenticata in fretta, nel febbraio del 1995 lo si vede sulle gradinate di Marassi a seguire la sua Juve impegnata contro la Sampdoria, vederlo tifare come un bambino per i suoi compagni è commovente. Due mesi dopo la batosta, una febbre altissima e poi la morte, non aveva ancora compiuto 24 anni. Poco dopo la Juventus avrebbe vinto il suo ventitreesimo scudetto, come la sua età, dopo un digiuno di nove anni, fu dedicato a lui che di quella rosa faceva comunque parte, nonostante non avesse mai potuto seguire in campo i compagni in quella stagione.

I funerali si svolsero al duomo di Salerno, la sua città natia, di fronte a 5.000 persone attonite, commosse, incredule. Sull'altare a ricordarlo salirono Sergio Porrini e il capitano bianconero Luca Vialli che commosso salutò per l'ultima volta il suo amico Andrea. La nazionale era impegnata in una partita contro la Lituania, la vittoria fu ovviamente dedicata a lui, così come lo scudetto bianconero e mille pensieri a venire di chi con Andrea aveva vissuto. Da Vialli che da buon capitano lo aveva aiutato fin dal primo giorno, da Ravanelli suo amico prezioso nel periodo difficile di Perugia che non aveva esitato a mettergli a disposizione la sua abitazione in Umbria.

Di seguito pubblichiamo la sua ultima intervista rilasciata nel marzo del 1995, appena un mese prima della sua scompara, è toccante leggere dei sogni e delle speranze di un giovane uomo che mai credeva di perdere la sua battaglia.

"Undici mesi di malattia è una cosa lunga, infinita. Ma di tremendo, a parte i periodi di grande crisi fisica, ci sono stati solamente i primissimi momenti; dopo ho combattuto. Invece, all’inizio è stato diverso; il giorno prima stavi fra i sani, il giorno dopo passi fra i quasi incurabili. Non si può descrivere che cosa si prova".

Come si reagisce?

"Ti senti perduto e, nello stesso tempo, diventi curioso; è una sensazione strana. Vuoi sapere ogni cosa della tua malattia, ti interroghi sui sintomi, sulle cause, sulle possibili conseguenze. Sai che non ti diranno tutto, provi ad indovinare le bugie, ma poi fingi di crederci, ti convinci che è meglio, altrimenti impazzisci. Quando un medico ti spiega quali sono i sintomi della leucemia ti senti sprofondare; e più parla, più tu capisci che tutto corrisponde, che è davvero il tuo caso. In quel momento il male ti prende in ostaggio; ma tu devi impedirgli di ammazzarti".

Come ci si può riuscire?

"Con l’aiuto di Dio e dei medici, ma anche con un pensiero fisso: ce la devo fare. Me lo ripetevo ogni giorno e me lo ripeto ancora; neppure per un istante ho pensato che avrei perso la partita. Lo chiamano atteggiamento positivo, pare sia una mezza medicina".

Vuoi fare ancora il calciatore?

"Questo è un pensiero che non mi ha mai abbandonato. Mi sono sentito un atleta anche nei giorni più difficili, quando ero più di là che di qua. Ho lottato con spirito sportivo, si può dire che non mi sono mai tolto la maglia di dosso. Rimetterla davvero, ma non solo; ho chiesto, mi sono informato, mi hanno spiegato che tanti atleti sono tornati all’attività dopo la leucemia. Credo, spero di riuscirci".

Come cambia la vita, dopo un’avventura del genere?

"Cambia tutto, ti costruisci una scala di valori nuova; dai importanza alle cose che valgono davvero e non te la prendi più per le sciocchezze. E capisci che l’amicizia è la prima cosa; io, per esempio, ho un fratello in più, Fabrizio Ravanelli. È stato incredibile, mi ha messo a disposizione una parte della sua vita, non solo la sua famiglia e la sua casa di Perugia; non si può descrivere con le parole. Il giorno più bello, in questi mesi di malattia, l’ho vissuto quando lui ha segnato cinque goals al Cska, in Coppa; quella sera ho capito davvero che cosa è la felicità; ed è stato altrettanto bello, vedere Fabrizio esordire in Nazionale, proprio a Salerno, la mia città".

Ti sono servite le vittorie bianconere?

"Non solo quelle, ma la costante presenza dei compagni e della società; un’altra famiglia, davvero. Se sono vivo lo devo anche a loro, al loro affetto".

C’è un momento, di questi mesi, che ricordi con particolare intensità?

"L’uscita dall’ospedale a Perugia, dopo il secondo trapianto; non mi sembrava vero, vedevo diverse tutte le cose, mi parevano straordinarie anche le più insignificanti. Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata".

Cosa insegna la malattia?

"Che nella vita c’è di peggio di uno stiramento che ti tiene fuori dal campo per due settimane. Che ogni giorno muoiono bambini leucemici senza che nessuno lo sappia e senza che si possa fare nulla. Che in Italia abbiamo i migliori medici del mondo; a Perugia vengono ad imparare le nostre tecniche dall’America, da Israele, dalla Francia. Però, le strutture sono quelle che sono, mancano gli spazi, c’è gente in coda da mesi per un trapianto. Bisogna donare il midollo, senza paura, perché questo salva la vita agli altri e da senso alla tua".

Il tuo sogno?

"La leucemia mi ha insegnato a non fare progetti a lunga scadenza e neppure a media; non per paura, ma per realismo. La prima volta che programmai il ritorno a Torino, mi alzai la mattina con la febbre; nulla di grave, per fortuna, ma ci rimasi male. Vivere alla giornata non è una sconfitta, semmai un modo per apprezzare davvero la vita in ogni attimo, in ogni sfumatura. È quello che farò".

Il modo migliore di ricordarlo e forse quello di riprendere le parole di Gianluca Vialli, pochi pensieri interrotti dalla commozione, la domenica successiva gli dedicherà un gol meraviglioso segnato a Firenze contro i viola in una partita che la Juve vinse per 4-1:

"Caro Andrea, quando sei morto, ieri sera, ci hai fatto molto arrabbiare. Ti credevamo invincibile. In questi undici mesi sei stato un esempio per noi, per come hai saputo affrontare problemi veri, non quelli legati a semplici vittorie o sconfitte, con coraggio e serenità, forza e determinazione. Ti abbiamo voluto bene, ti portiamo nel cuore. Tu, da lassù, aiutaci a non piangere. Speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio... - singhiozzi e applausi della folla - ...speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato

credits | lastampa.it il pallone racconta

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