Gigi Lentini si racconta in Tv: che frecciate a Capello e Materazzi!


Gianluigi Lentini, talento puro del calcio che fu, quello alla vigilia della frenesia di posticipi, televisioni e coppe lunghe un'eternità; era un'ala atipica Gigi da Carmagnola, Torino: dinoccolato, non propriamente un corridore provetto, eppure andava forte, piedi lucidi, tre polmoni e un buon feeling col gol. Quand'era al Toro, inizio anni '90, era il classico crack di un calcio italiano padrone incontrastato, nel mondo. Tant'è che Berlusconi lo vuole con sé al Milan per 18,5 miliardi delle vecchie lire, un record incredibile per l'epoca. Una buona annata col rossonero, poi quel maledetto 3 agosto del 1993: Lentini percorreva a bordo della sua auto la Torino-Piacenza, aveva appena giocato un'amichevole a Genova, gli si era bucata una ruota e aveva montato su il "ruotino". A Villanova d'Asti va fuori strada, a 200 km all'ora.

"Dopo l'incidente non riconoscevo più le persone e le cose, ricominciai a parlare come un bambino. Ora posso dirlo, quell'incidente ha bruciato in un attimo la mia carriera. Mi ha tolto tutto" le parole a La Tribù del Calcio, l'approfondimento calcistico curato da Paolo Ziliani in onda, come di consueto, il venerdì sera su Mediaset Premium. Lentini ce la mette tutta, nell'aprile del 1994 torna in campo, lui che era stato in coma. Ma Capello non lo vede più, neanche a Vienna nel 1995 quando il Milan si gioca la finale di Champions contro l'Ajax: "Anche lui ha contribuito a stroncarmi. Nella finale con l'Ajax, nel '95, stavo veramente bene, ma lui non mi fece giocare: quella notte, a Vienna, decisi di mollare per sempre il grande calcio. Avevo 25 anni".

Nove presenze e un gol, il bottino dell'ultima stagione di Lentini al Milan, quindi via a riabbracciare Emiliano Mondonico, passato nel frattempo all'Atalanta: "Il Mondo è stato come un padre, per me, l'ho amato e odiato. Ci insultavamo tutti i giorni". A Bergamo rivive giorni felici, gioca una intera stagione da titolare, quindi decide di far pace coi vecchi tifosi del Toro che all'epoca del suo passaggio al Milan se la presero a morte con lui: "Lo ricordo come se fosse adesso, mi sentivo un traditore. Poi però è successo che ci siamo rimessi insieme, e anche il Toro mi ha scaricato. Avevo 31 anni, ero ancora giovane". Tre anni in granata, due in B con tanto di promozione e sei gol fatti, uno in A con 24 gettoni di presenza. Neanche un gol.

Era arrivata l'ora di diventare l'idolo di Cosenza: 84 presenze in quattro anni, di cui tre di B e una addirittura in Serie D dopo il fallimento dei calabresi. Lui, uomo piemontese, non abbandona la barca nella difficoltà, divenendo l'amatissimo capitano dei silani. Ai quali regala 9 reti. Fino a che diviene un uomo di 35 anni, se ne torna in Piemonte dispensando gol e magie al Canelli, alla Saviglianese, alla Nicese: Promozione o Eccellenza, col Canelli anche un Campionato Nazionale Dilettanti, conquistato proprio da lui, sul campo, insieme all'amico Diego Fuser. Non ha abboccato alle sirene dei reality show per famosi, lui alla fine ha scelto sempre il campo. Interpretando il calcio con grande spirito di sacrificio, volontà, sportività.

Anche per questo non riesce a non dire la sua su Marco Materazzi: "Non ci sono le parole per descriverlo. Una persona sleale. A quei tempi in campo c'erano meno telecamere e lui faceva di quelle cose che non si possono raccontare. Non è un giocatore di calcio".

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