Juve sconfitta a Londra: i motivi dell'ennesimo ko europeo


E così la Juve ci è ricascata di nuovo: cambiano allenatori, giocatori e finanche i presidenti, ma la Vecchia Signora pare sempre troppo poco al passo coi tempi per poter spadroneggiare sui campi europei. L'1-0 maturato ieri sera sul campo del Chelsea è l'ennesima riprova che questa squadra non ha nelle sue corde quell'atteggiamento spavaldo (e prudente al contempo) per uscire indenne dalle trasferte continentali durante i turni a eliminazione diretta: l'anno della Champions vinta a Roma, era il '96, la favolosa squadra di Lippi rimediò due ko, uno a Madrid e uno a Nantes, tempo dopo furono fatali ai piemontesi campi come quelli del Panathinaikos e del Bayer Leverkusen. Ma quella era un'altra storia e andare a ripescare quei due risultati serve solo per introdurre i recenti cammini bianconeri quando si inizia a intravedere la coppa dalle grandi orecchie.

Nelle ultime cinque edizioni di Coppa Campioni disputate dalla Juve, sono arrivate in ordine cronologico una finale, un ottavo, due quarti e ora questa sconfitta nell'andata degli ottavi di finale contro i Blues; per cui facendo due banalissimi conti ha affrontato otto turni, gli ultimi sette dei quali disputando la prima partita in trasferta. E qui cominciano i dolori perché quella di ieri è stata proprio la settima sconfitta consecutiva per la Juve che lontana dal proprio stadio non riesce ad esprimere il suo gioco e magari a tornare a casa vittoriosa. Solo quando l'andata si gioca a Torino, le cose cambiano: contro il Barça nel 2003 (l'1-2 del Camp Nou è l'ultima vittoria in trasferta nei turni ad eliminazione diretta), ma anche se vogliamo contro il Real quest'anno.

In pratica la Juve deve studiare prima le squadre contro cui gioca e solo dopo averne carpito difetti e debolezze sulla propria pelle è in grado di attaccarle. Perciò il Real Madrid vinse 2-1 al Bernabeu, il Deportivo La Coruna 1-0 al Riazor nel 2004, ancora Real Madrid in Spagna (1-0) e Liverpool ad Anfield (2-1) nel 2005, quindi sconfitta a Brema contro il Werder (3-2) e a Londra contro l'Arsenal (2-0), prima dell'1-0 di ieri contro il Chelsea. Dodici i gol subiti di cui ben 8 nel primo tempo, dato significante che spiega ancor meglio il concetto: la Juve scende in campo impaurita, subisce gli arrembaggi avversari, prende il gol e poi si assesta, l'esatta fotocopia di ciò che è accaduto contro il Chelsea.

Ma tutto ciò non basta, almeno non sempre: contro il Real nel 2003 al ritorno fu un 3-1 storico, ma contro il Depor al Delle Alpi Pandiani bissò il successo dell'andata. Ancora positivo il ritorno contro le merengues nel 2006 (ribaltata la sconfitta con un 2-0 ai supplementari), ma tapino 0-0 contro il Liverpool; fortuna sfacciata contro il Werder un anno dopo (il gol di Emerson al 90° su papera colossale di Wiese fu un regalo inatteso), quindi ancora scialbo 0-0 contro i gunners. Perdere l'andata, perciò, per 3 volte è stato indolore, ma per altre 3 decisivo. Di certo vedremo una Juve tonica e pimpante fra dodici giorni, ma l'atteggiamento remissivo nelle trasferte europee che contano rischia per l'ennesima volta di condizionare un'intera stagione.

Succedeva con Lippi, con Ancelotti, con Capello e ora con Ranieri. Succede sempre e i tifosi iniziano a saperlo, tanto più quando si va a giocare sugli stretti campi da gioco inglesi; Nedved, Del Piero, Buffon, Trezeguet e Camoranesi, loro sono il filo conduttore di tutte queste apparizioni agrodolci sotto i riflettori più luccicanti, chissà che l'incoscienza di Marchisio e Marchionni, o di futuri bianconeri che non avranno condizionamenti di sorta, potranno risultare in un cambio di tendenza di questa squadra, da molto troppo tempo impaurita di giocare lontana da Torino quando la questione inizia a diventare seria. Perché, ribadendo il concetto, per colpa di 15 minuti sciagurati una grande prestazione all'Olimpico potrà davvero non bastare.

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