Mourinho, amarcord Inter: "Lì i miei momenti migliori, mi manca la Pinetina"

Saranno le sirene parigine che lo tentano ad accettare la panchina del Paris Saint Germain la prossima stagione, sarà che il Real Madrid quest'anno pare proprio non ingranare la marcia (11 punti di svantaggio in Liga neanche a dicembre rispetto ai rivali del Barça è quanto mai deludente), sarà che Stramaccioni gioca a fare la parte del collega più anziano e più esperto, in ogni modo per José Mourinho l'Inter è un amore ancora vivido, e gli manca. Così ne parla con affetto quando viene intervistato, sulla carta stampata come in tv, così scherza e si rilassa quando incontra un suo ex pupillo (la gag con Maicon col quale prende in giro Benitez ne è un esempio), così riesce a far venire un magone nostalgico ai tifosi nerazzurri che ancora lo inneggiano.

Lunedì sera, come riporta la Gazzetta dello Sport, è stato intervistato da un'emittente televisiva portoghese, TVI; lo Special One ne ha approfittato per mandare i soliti appelli affettuosi al popolo interista:

"L’Inter è il club in cui mi è piaciuto di più stare. Nessun altro mi ha regalato la stessa felicità. L’Inter è una famiglia e io appartengo alla famiglia nerazzurra per sempre. Quando l’ho lasciata ho pianto più di una volta. Ho vissuto in un ambiente fantastico, dalla Pinetina, dove ci si allenava, a San Siro".

L'aneddotica è quella che piace alla gente, Mourinho racconta allora del suo primo scudetto, vinto alla terz'ultima di campionato senza giocare:

"Il mio primo scudetto all’Inter non lo abbiamo vinto in campo bensì al centro sportivo di Appiano Gentile. Era un sabato e il nostro inseguitore era il Milan, che nell'anticipo di quella sera era stato battuto (dall’Udinese n.d.r.) rendendoci così campioni. Era la terz'ultima di campionato e noi dovevamo giocare il giorno dopo col Siena. Al centro esplose subito la baldoria, con tutta la squadra a chiedermi di andare a festeggiare in Piazza Duomo assieme ai tifosi. Io ho pensato: se ci andiamo non andremo a letto prima delle tre-quattro del mattino e poi scendiamo in campo stanchi e addormentati e la striscia di partite di fila sempre vinte finisce lì. No, non possiamo farlo: 'Tutti a letto' ho tuonato".

Ma non finisce qua:

"Quando già ero in camera mia pronto a coricarmi bussa alla porta Júlio Cesar. Il suo era un grido di dolore, piangeva a dirotto: "Mister, dobbiamo andarci in Piazza Duomo, ci aspettano in migliaia. Se non ci andremo tu in vita tua non vincerai più niente". Parole che sembravano una maledizione. Ho pensato: "Sono fregato". Non sono superstizioso, ma quelle parole mi hanno lasciato traballante. Bene. Andiamoci tutti: e così è avvenuto. I tifosi quando ci hanno scoperto sono diventati pazzi. Siamo tornati ad Appiano verso le tre di domenica e nel pomeriggio i giocatori sono stati fantastici, dando tutto per non perdere l'imbattibilità e per non consentire agli avversari di dire che avevano battuto i neocampioni d'Italia (l'Inter vinse 3-0, n.d.r.)"

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Lo Special One ribadisce il concetto: quando ripensa all'Inter gli occhi gli diventano lucidi (e ricorda come sia l'unica squadra con la quale ha vinto una serie di calci di rigore, in Supercoppa Italiana contro la Roma), inevitabile dunque capire perché l'ha lasciata per il Real Madrid. Il tecnico di Setubal spiega:

"Anch’io mi sono chiesto perché l’ho fatto. E’ giusto, allora, che lo spieghi. Era la terza volta che il Real mi proponeva la sua panchina. I miei amici dicevano: 'Puoi essere un grande allenatore, ma se non sei campione con il Real Madrid ci sarà sempre nella tua carriera un qualcosa che mancherà, un buco sempre aperto'. Capello ce l’aveva fatta. Allora ho deciso di impegnarmi personalmente con Florentino Perez. E ci sono andato. Ma per l’Inter ho una nostalgia che è sempre presente".

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