Palazzi "tenero" con il Napoli e Cannavaro, senza un perché

Il processo parte dell'ennesima "costola" dello Scandalo sul Calcioscommesse ha preso il via ufficialmente oggi, anche se con una pubblicità decisamente diversa sui media rispetto all'estate scorsa. Con curioso ritardo, i fatti sono emersi nell'aprile scorso, Stefano Palazzi è arrivato a trattare anche i fatti relativi alla terza inchiesta di una diversa Procura (dopo Cremona e Bari) sulle partite combinate, quella condotta a Napoli e che ha coinvolto anche Matteo Gianello, ex portiere della squadra partenopea. I fatti sono noti: l'ex compagno nel Chievo, Silvio Giusti, parlò all'allora tesserato del Napoli della possibilità di combinare Sampdoria - Napoli 1-0 del maggio 2010.

Il risultato desiderato? L'1 della Samp, che effettivamente si verificò. Non è chiaro perché Giusti, indagato insieme ai fratelli Federico e Michele Cossato, fosse persuaso dall'idea che i doriani avrebbero vinto quella partita, ma evidentemente non ne era certo al 100%, tant'è che a Gianello propose di "oliare" il meccanismo: soldi in cambio della sconfitta per i suoi compagni di squadra. Il portiere ha riferito ai magistrati di Napoli, per poi confermarlo di fronte a Palazzi, di aver chiesto a Paolo Cannavaro e a Gianluca Grava la "disponibilità" ad accettare denaro per favorire gli avversari.

I due avrebbero rifiutato, categoricamente, l'offerta. C'è anche un altro punto controverso: quanti nello spogliatoio sapevano di quella tentata combine? Già perché la "confessione" di Gianello ai magistrati non è stata del tutto estemporanea. L'ex portiere non ha fatto che confermare una parte di quanto aveva già accennato in privato all'ispettore di polizia Gaetano Vittoria, secondo i media che hanno trattato il caso "infiltrato" nell'ambiente di Castel Volturno.

Il giocatore non sapeva che le sue confidenze sarebbero state riferite in Procura e al poliziotto in incognito aveva fatto anche il nome di Fabio Quagliarella, salvo poi negare di avergliene mai parlato adducendo una ragione ritenuta convincente dagli inquirenti. L'attaccante aveva bisogno di segnare in quella partita per far scattare un cospicuo bonus legato al rendimento in campionato, sarebbe stato impossibile corromperlo per indurlo a non giocare il match, ci sarebbero voluti più soldi di quanti l'organizzazione che premeva perché il Napoli perdesse era disposta a mettere sul piatto a beneficio dei calciatori complici della combine.

Almeno questo è quello che Gianello ha detto ai magistrati e a Palazzi. Da qui il mancato deferimento di Quagliarella, evocato in aula dall'avvocato difensore di Cannavaro.

Al di là di quello che riguarda l'attaccante oggi alla Juventus siamo di fronte ad un procedimento ancora una volta paradossale. L'istituto "giuridico" (virgolette d'obbligo) dell'omessa denuncia, la stessa in cui è incappato anche Antonio Conte, genera mostri, a maggior ragione se combinata con quella della responsabilità oggettiva. Ammesso sia vero, è pensabile che un giocatore che riceva una generica "imbeccata" da parte di un compagno di squadra si rivolga, senza prove se non la sua "parola", agli inquirenti?

Denunciare un illecito consumato, di cui si possa offrire un riscontro (anche se in questo modo si dovrebbero trasformare i calciatori in una sorta di investigatori privati), è una cosa, un'altra pretendere che Cannavaro e Grava si rechino in Procura Federale sulla base di un "Gianello ha detto che...". Il quadro diviene ancora più ridicolo se si fa il paio con la "responsabilità oggettiva". Nei fatti se Cannavaro e Grava avessero spontaneamente denunciato avrebbero inevitabilmente tirato in mezzo la stessa società sportiva Napoli che aveva fra i suoi tesserati l'infedele Gianello.

Ad ogni modo ora la situazione è chiara, il Napoli viene sottoposto allo stesso metodo applicato alle altre società coinvolte. Ci sono però delle curiose differenze, apparentemente inspiegabili. Perché, in assenza di patteggiamento (con o senza ammissione di colpa), Palazzi ha chiesto soltanto un punto di penalizzazione per il Napoli e soltanto 9 mesi per i calciatori coinvolti?

Cosa rende diverso, chessò, il Torino che tesserava quel Pellicori accusato di aver tentato di combinare Siena - Torino 2-2 e il Napoli che tesserava Gianello che tentò di alterare Sampdoria - Napoli? Perché il Torino ha dovuto patteggiare per ottenere un punto di penalizzazione e la società di De Laurentiis si trova ad affrontare una richiesta di partenza dello stesso tipo? Quali sono le differenze?

E ancora, cosa rende diversi Cannavaro e Grava da Simone Pepe? Perché per il centrocampista della Juventus Palazzi chiese un anno di squalifica per omessa denuncia sulla presunta combine di Udinese - Bari e per i due napoletani chiede 9 mesi? Dov'è la differenza? Come qui c'è la parola di Gianello lì c'era quella di Andrea Masiello che sosteneva di aver provato, per interposta persona, a "contattare" Pepe. Perché per il giocatore all'epoca ad Udine Palazzi dice "12 mesi" e per Cannavaro e Grava ne chiede 3 in meno?

Dispiace per società come Torino e Sampdoria, indotte a patteggiare un punto di penalità che potrebbe magari rivelarsi decisivo per evitare le forche caudine dell'(in)giustizia sportiva, ma per evitare ulteriori scempi non resta che augurarsi che la commissione disciplinare abbia il buonsenso di assolvere tutti in assenza di prove ed eviti di alterare (ancora) la classifica del campionato. Staremo a vedere, la sentenza di primo grado dovrebbe arrivare soltanto nei prossimi giorni.

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