
Venti gol in trentotto partite disputate tra Liga e Champions League evidentemente non sono bastate a Joan Laporta, che non è contentissimo di Zlatan Ibrahimovic. Anzi, pare che il numero uno del Barcellona abbia deciso di metterlo in vendita; nessuna asta, semplicemente il primo che busserà alla sua porta con 45 milioni di euro o, in alternativa, 40 milioni di sterline si aggiudicherà lo svedese. Eppure l’ex interista non è andato malaccio alla sua prima esperienza in Spagna: l’exploit all’Emirates contro l’Arsenal (doppietta nei quarti d’andata di Coppa Campioni) è stata merce rara vista la sua abulia passata in campo continentale, così come i 16 centri in campionato non sono poi così malaccio.
Ma ha sbagliato troppi gol, ne ha fatti pochi davvero pesanti e non è mai riuscito ad integrarsi nel gioco veloce e zeppo di verticalizzazioni e cambi di passo dei blaugrana, così che la dirigenza catalana ha francobollato il maxi acquisto della scorsa campagna acquisti come un “errore di valutazione“. In altri termine, non è andata male, ma a noi serve effettivamente altro: ecco allora che è praticamente ufficiosa la notizia che porta dritto dritto al Camp Nou David Villa, punta spagnola negli ultimi anni chiaramente sugli scudi con la casacca del Valencia. Così Laporta avrebbe ingaggiato l’agente ed amico Pini Zahavi per far decollare la trattativa in terra d’Albione.

La vigilia dell’ultima giornata di questo avvincente campionato di Premier League è piena di trepidazione. In novanta minuti Chelsea e Manchester United si giocano una stagione, entrambe deluse dalla campagna europea hanno riversato sul campionato le loro ambizioni. A poco più di ventiquattro ore dal fischio di inizio le due squadre sono in cima alla classifica, divise da un solo punto, con la squadra di Carlo Ancelotti che a quota 83 precede quella di Alex Ferguson. Quando domani sera saranno circa le sette di sera in Italia sapremo chi l’avrà spuntata.
Sono diversi gli stati d’animo con cui i due allenatori si stanno avvicinando al grande appuntamento. Ovviamente Ferguson, dovendo inseguire, non può far altro che affidarsi al Wigan, squadra che affronterà i Blues a Stamford Bridge: “So soltanto che siamo in una situazione nella quale sperare è tutto ciò che possiamo fare. Siamo sicuri che il Wigan farà del suo meglio e ci proverà. Su questo non ci sono dubbi. Noi dobbiamo fare il nostro lavoro e ovviamente non ci aspettiamo niente in nostro favore da parte del Chelsea. In qualche modo ciò ci aiuta perché possiamo esprimere al meglio le nostre qualità, come è successo la settimana scorsa contro il Sunderland”. Il Manchester United sulla sua strada troverà lo Stoke City, anch’esso privo di ogni obiettivo stagionale.
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Questa foto ritrae a prima vista un gruppo di persone impegnate in un evento podistico, in effetti si tratta della nota maratona di Londra. Guardando meglio lo scatto si intravede un corridore molto particolare, una mascotte dalle sembianze feline, un leone più nello specifico. Non si tratta della bizzarria di un inglese che magari ha fatto una particolare scommessa in un pub la sera prima, magari dopo qualche pinta di birra in più, ma della mascotte del Chelsea, Stamford the Lion (Video).
Il simpatico leone si è iscritto alla maratona e addirittura è riuscito ad arrivare al traguardo. Ha percorso gli oltre 42 chilometri in 6 ore e 25 minuti e non è stato neanche il peggiore. Alla conclusione sicuramente era molto vicino alla disidratazione, ma immaginate lo sconforto di chi ha impiegato lo stesso tempo non portando addosso una caldissima pelliccia di peluche. Non c’è che dire, si tratta di una prestazione davvero incoraggiante che ha portato anche fortuna ai Blues che nel pomeriggio hanno poi battuto per 7-0 lo Stoke City.
Le foto degli allenamenti di Stamford the Lion




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I mondiali sudafricani distano poco più di due mesi, speranze e sogni di milioni di italiani, addetti ai lavori compresi, si trasformeranno in incubo o in splendida realtà a seconda delle scelte del ct Marcello Lippi, fortunato e audace quattro anni fa in Germania, ma ad oggi poco credibile (anche alla luce della disastrosa Confederations Cup della scorsa estate) e anche un po’ svogliato. Lui assicura che i suoi ragazzi, rispetto ai giocatori delle altre nazionali, sanno qual è la formula per arrivare alla vittoria, ma nonostante proclami e iniezioni di autostima, parole al miele tra il viareggino ed Abete e chi più ne ha più ne metta, sembra inevitabile, per non dire scontato, che il secondo mandato di Lippi quale ct azzurro termini a luglio. E non ce ne sarà un terzo.
Ma chi al posto dell’allenatore toscano? (Partecipa al Sondaggio!) I nomi sono cinque, c’è da giurarci che alla fine si siederà sull’ambita panchina l’out-sider che non ti aspetti. Già, perché la situazione dei “magnifici 5” appare incociliabile con un incarico del genere, anche se nella vita, o meglio nel calcio, “mai dire mai“. Dunque, il primo nome è quello di Cesare Prandelli: ieri ha ribadito di voler rispettare il contratto con la Fiorentina fino al 2011, intanto gli alita sul collo la Juve, un arruolamento in azzurro appare poco probabile. Si autocandida, ma fra 3-4 anni, Claudio Ranieri: strapparlo alla Sensi, dopo la magnifica notte di sabato scorso (e non solo) appare difficile, se non impossibile. E Carlo Ancelotti, erede naturale di Lippi, difficilmente rinuncerà alle sterline di Roman Abramovich, benché tentato.

Ma non erano gli allenatori tatticamente più preparati, quelli che tutti volevano, capaci di conquistare con un sopracciglio alzato e una sciarpetta ben annodata i sudditi di Sua Maestà? Sì, lo erano, ma fino a pochi mesi fa: Roberto Mancini, Carlo Ancelotti e Gianfranco Zola hanno perso non pochi punti nell’indice di gradimento dei calciofili inglesi e le società che li hanno a libro paga stanno già pensando di dargli il ben servito. A parte Di Matteo, rimarrebbe in auge solo Fabio Capello che al contrario dei colleghi e connazionali gode di stima illimitata: di recente è stato reputato dal Times l’uomo più potente dello sport britannico. L’ex tennista Boris Becker dopo una cena con lui ha dichiarato: “Capisco perché nessuno osi contraddirlo e avrei pagato per averlo come tecnico. Se uno così mette le redini al talento lo porta dove vuole“.
Ma il ct dell’Inghilterra poco ha a che vedere con le sabbie mobili della Premier League: il generale di Pieris è proiettato verso il Sud Africa e un’eventuale, e non impossibile, successo non servirebbe ad altro se non a farlo diventare più potente della Regina Elisabetta. I problemi veri, quelli li hanno i tre moschettieri sopra citati: c’è Gianfranco Zola, sardo sanguigno che all’Upton Park non ha mai vissuto sabati spensierati. Niente da fare, il suo West Ham non carbura e salvarsi non è scontato, se ci si mette anche Diamanti a sbagliar rigori. La nuova proprietà è ambiziosa e non vuole stagioni limbo, con navigazione pericolosa a riva; così Zola ha già pensato di preparare le valigie, giusto per non trovarsi impreparato quando dovrà salutare il West End londinese.

Ciro Ferrara, nel movimentato post partita di ieri sera, ha dichiarato di voler restare al timone della Juventus nonostante il periodo terribile che sta vivendo la sua squadra. Alle sue parole però fanno ecco quelle del nuovo presidente della federcalcio russa nonché ministro dello sport Vitaly Mutko, a riportarle il sito life.ru. La più alta carica del calcio in Russia con le sue affermazioni ha di fatto autorizzato l’allenatore della nazionale Guus Hiddink a trattare con eventuali squadre di club a lui interessate, ovvio che oggi il pensiero va subito ai bianconeri.
“In teoria, Guus può allenare anche via radio, purché allo stesso tempo ci faccia diventare campioni. Nel caso del Chelsea, si era trattato di una questione privata, data l’amicizia con Roman Abramovich che è anche fondatore dell’accademia nazionale di calcio in Russia. Abbiamo accettato di negoziare, e non penso che le cose possano cambiare se l’interlocutore sarà qualcun altro”, parole chiare che non lasciano spazio a nessuna interpretazione. Ovviamente i russi pretendono qualcosa in cambio dall’olandese, prima di tutto il commissario tecnico dovrà rinunciare al suo stipendio di 7 milioni di euro per tutta la durata del suo impegno con il club, inoltre in nessun modo questa seconda attività dovrà interferire con il lavoro con la nazionale.
Aleksandar Kolarov sembra proprio uno dei calciatori più richiesti del mercato di gennaio. Il rinnovo di contratto con la Lazio che non arriva (il serbo tentenna) ha favorito l’attenzione di due importanti società italiane come Inter e Juventus. Molto più convincente risulta il pressing della società di Moratti, forte anche del recentissimo ingaggio di Goran Pandev, amico di Kolarov. Lotito valuta l’esterno sinistro serbo circa 18-20 milioni di euro, ma voci di mercato indicano anche la comproprietà di Santon come una possibile contropartita tecnica gradita al presidente della Lazio.
Tuttavia Kolarov piace anche al Real Madrid. “As” scrive che Florentino Perez, alla ricerca di un esterno sinistro di valore, avrebbe puntato proprio il serbo, per il quale è disposto a venire incontro alle richieste di Lotito. Florentino Perez non avrebbe difficoltà ad accontentare le richieste del collega laziale e metterebbe sul piatto della bilancia almeno 18-20 milioni di euro richiesti dalla Lazio.
Frank Arnesen dopo aver speso quattro anni come osservatore nel Chelsea da un mese è passato a ricoprire il ruolo di Direttore Sportivo dopo la dipartita di Peter Kenyon. Per il danese, che fu protagonista di un chiacchierato passaggio nel 2005 dagli Spurs ai Blues, il lavoro si fa subito duro perché la società gli ha chiesto di portare allo Stamford Bridge l’attaccante argentino Sergio Aguero (La Gallery Fotografica di Sergio “El Kun” Aguero), uno dei giocatori più ambiti e irraggiungibili.
L’Atletico Madrid ha fissato una clausola di rescissione di 60 milioni di euro, pari a circa 57 milioni di sterline, la cifra però realisticamente potrebbe calare un po’ e gli spagnoli potrebbero anche accettare qualcosina in meno. Roman Abramovich ha messo nelle mani di Arnesen 40 milioni di sterline per raggiungere “El Kun”, se l’affare dovesse andare in porto sarebbe il più costoso della storia del calcio inglese il cui record è fissato a 32,5 milioni di sterline, la somma che il Manchester City versò nelle casse del Real Madrid per prendere Robinho.

L’avevamo detto: l’intervista di José Mourinho al Times avrebbe lasciato il segno, non passano 3 ore ed ecco spuntare la replica del tecnico nerazzurro che la affida ad una nota pubblicata sul sito ufficiale della società. Si tratta di una smentita secca delle parole riportate da Patrick Barclay sul quotidiano londinese questa mattina. Mourinho nega addirittura si sia trattato di una vera intervista, ma di una semplice chiacchierata. I virgolettati sarebbero stati quindi in qualche modo manipolati per far sembrare che il portoghese voglia tornare ad allenare in Inghilterra.
Ho incontrato il giornalista Patrick Barclay qualche tempo fa per un mio intervento in un libro dedicato a Sir Alex Ferguson. Con questo giornalista non ho conversato su temi di cronaca, ma esclusivamente sul ruolo dell’allenatore nei diversi paesi che hanno caratterizzato la mia carriera professionale. Ho sottolineato le differenze storico-culturali e non le preferenze personali, unicamente per dimostrare che un’esperienza come quella di Sir Alex Ferguson al Manchester United è, oggettivamente, una straordinaria eccezione nel nostro mestiere. Come si può leggere anche da una corretta traduzione di alcune mie frasi virgolettate, ho spiegato che amo l’Inter, che sto bene all’Inter e che sto costruendo per l’Inter: infatti, questa è la mia realtà e la vivo come tale fino alla scadenza del contratto che mi lega al club. Mi spiace moltissimo che un sincero tributo a Sir Alex Ferguson sia stato utilizzato a frammenti su un mezzo di informazione e in modo diverso da quello per il quale, il mio intervento era stato richiesto e soprattutto con finalità totalmente diverse.
Delle due l’una, o Mourinho è stato un po’ imprudente (l’affermazione “il mio calcio è il calcio inglese” non è molto fraintendibile) oppure il giornalista ha fatto un sapiente lavoro di taglia e cuci. D’altra parte anche il Times aveva riportato la sua dichiarazione d’amore per l’Inter e il suo tentativo di importare la mentalità britannica. Avesse detto (in pieno stile Mou): “sicuramente riuscirò in questa mia missione“, avrebbe evitato qualsiasi fraintendimento.



Continua a leggere: Mourinho lontano dall'Italia e via dall'Inter? Arriva la smentita

Update: Mourinho ha smentito il contenuto dell’intervista.
L’intervista di José Mourinho al Times è di quelle che lasceranno il segno. Il portoghese sembra stanco dell’Italia, convinto di aver sostanzialmente raggiunto il suo obiettivo nel Belpaese e pronto a tornare proprio in Inghilterra. “Ama l’Inter“, sta lavorando al massimo, ma si sente frustrato e in un ambiente nel quale non c’è la reale possibilità di raggiungere i suoi obiettivi. Le sue parole sono poco fraintendibili e sanno di addio al nostro paese e al nostro calcio.
In Italia sono finito nella patria della tattica, del catenaccio e del gioco difensivo. Il mio obiettivo in carriera non era solo quello di vincere in tre campionati diversi, ma soprattutto di vincere in quei paesi dove si dice che i tecnici stranieri abbiano poco successo. Amo l’Inter e mi piacerebbe costruire un futuro qui. In realtà è quello che sto facendo ora, perché non sono un allenatore egoista, ma sto pensando al futuro valorizzando i giovani e l’età della prima squadra, ma l’Italia non è il paese giusto per fare questo. L’Inghilterra lo è e il mio calcio è il calcio inglese.
La sua voglia, anche se ne ammette la difficoltà, è quella di andare in un club dove programmare a lungo. José Mourinho si schernisce, “so che è impensabile rimanere in uno stesso club come ha fatto Sir Alex Ferguson“, ma è evidente che nel dirlo “punta” proprio a divenire l’erede di baronetto sulla panchina del Manchester United o, magari con una sfida ancora più complessa, di accasarsi ai rivali del City dove (dopo Abramovich) troverebbe un altro proprietario ricchissimo, stavolta arabo, ma per ora con poca lucidità nello spendere i suoi soldi.