Dopo la prematura eliminazione del Brasile agli scorsi Mondiali (fatali i quarti di finale contro l’Olanda), la Federazione di calcio carioca aveva la pesante responsabilità di sostituire Carlos Dunga per affidare i pentacampeao a colui che dovrà condurli ai Mondiali casalinghi, fra quattro anni. Tanti i nomi circolati nelle scorse ore, da Leonardo a Menezes, alla fine a spuntarla è stata Muricy Ramalho, 55enne allenatore della Fluminense che ora dovrà svincolarsi dal club di Rio de Janeiro per tuffarsi in questa nuova affascinante avventura.
Alle nostre latitudini non è molto conosciuto: da calciatore ha speso una vita dividendosi tra il San Paolo e i messicani del Puebla, da allenatore una sfilza di esperienze in patria sulle più svariate panchine, con una piccola parentesi anche in Cina. La più grande soddisfazione professionale, indubbiamente, la tripla vittoria consecutive alla guida del San Paolo, campione del Brasilerao nel 2006, 2007 e 2008. L’anno scorso mezzo flop al Palmeiras, ma quest’anno con la Fluminense era in testa alla classifica e aveva anche trovato un insolito buonumore (”E’ l’aria di Rio” scherzava, alla sua prima esperienza in questa città).
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Sessantaquattro anni dopo lo sciagurato, se non infausto, Mondiale del 1950 il Brasile fra 48 mesi avrà l’occasione di prendersi una bella rivincita: nel 1950 i campionati del mondo giocati tra le mura amiche furono fallimentari per la vittoria finale dell’Uruguay, nel 2014 l’opportunità di cancellare definitivamente quella delusione che neanche il tempo ha saputo mandar via. Già, ma per arrivarci bisognava che l’antipasto sudafricano fosse stato sfruttato a puntino, invece i verdeoro tornano a casa con mille punti interrogativi, con più di qualche crepa da riparare e soprattutto senza un allenatore.
Da ieri, infatti, Carlos Dunga non è più il ct della Seleçao; l’ex giocatore di Fiorentina e Pescara non ha tutte le colpe, ma di certo più di una responsabilità come lui stesso ha ammesso: dopo l’illusione della scorsa Confederations Cup, pensava che riproporre lo stesso gruppo fosse stato abbastanza per arrivare quanto meno tra le top four. E invece insistere su giocatori come Melo, Fabiano o Kakà, ampiamente deludenti coi loro club, e tenere fuori l’idolo locale Neymar (e che dire di Pato e Gamso?) alla fine forse ha pesato, senza contare che l’ormai ex selezionatore non ha saputo inculcare la giusta mentalità, gestendo le energie nervose dei suoi ragazzi molto molto male.
E’ un Brasile che fa paura quello visto stasera. La nazionale allenata da Carlos Dunga avvisa le altre pretendenti al titolo e ne rifila 3 al Cile in scioltezza. I cileni, privi di tre titolari (di cui due difensori centrali), come di consueto in questa competizione, sono scesi in campo senza timori reverenziali non rinunciando al proprio gioco. Ma stavolta l’avversario si chiamava Brasile e la squadra di Bielsa è stata punita alle prime disattenzioni difensive. Si è discusso a lungo di un Brasile “europeo”, molto ordinato tatticamente da Dunga e difensivamente impenetrabile; in realtà si tratta di una formazione che sembra aver trovato il giusto connubio tra ordine e innata capacità tecnica dei suoi interpreti.
Parte bene il Cile che nei primi 20 minuti imbriglia i cinque volte campioni del mondo. Al 20esimo uno scambio tra Sanchez e Suazo mette paura all’ermetica difesa verdeoro. Poi, lentamente, esce il Brasile. Al 25esimo una punizione di Maicon battuta verso il centro dell’area di rigore, costringe Fuentes a mandare in calcio d’angolo. Il simpatico Cile è solo un fuoco di paglia, perché, come solo una grande squadra sa fare, arriva al 34esimo il goal che spezza gli equilibri: angolo di Maicon dalla destra, Juan salta imperioso nella carente (in statura e fisico) difesa cilena e segna di testa mettendo la palla sotto alla traversa. Per il letale raddoppio basta attendere tre minuti: Kakà pesca Luis Fabiano al 37esimo in area di rigore, l’attaccante è freddissimo nei pressi della porta.




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Gruppo G, quello meno incerto degli otto: Brasile e Portogallo dopo le precedenti due uscite giocavano solo per definire la loro posizione, chi sarebbe arrivato primo e chi secondo; ai lusitani occorreva vincere per scavalcare i cugini sudamericani, alla fine ne esce fuori un pareggio senza gol che qualifica i verdeoro in vetta al raggruppamento con sette punti e gli europei dietro con punti cinque. Secondo pari per 0-0 per Cristiano Ronaldo e compagni che confermano di avere una difesa più che buona e un cinismo, marchio di fabbrica della gestione Queiroz, che non ricordavamo appartenere a questa selezione. Il Brasile si conferma squadra solida, poca samba e molto pragmatismo.
I due tecnici, a dire il vero, hanno messo in campo undici competitivi e le squadre sul terreno di gioco hanno cercato di vincere; la Seleçao con un possesso palla tanto arzigogolato quanto, in molte occasioni, sterile, il Portogallo affidandosi alla velocità di capitan Ronaldo e all’ottima verve dei vari Danny, Raul Meireles e Tiago, anche oggi positivo. Primo tempo nervoso, un sacco di cartellini gialli e occasioni vere alla spicciolata: è il Brasile la squadra più pericolosa con Nilmar (palo) e Dani Alves, mira poco precisa e comunque non tantissimo lavoro per Eduardo. Nella ripresa invece nettamente più Portogallo, con Meireles che ha avuto sui piedi la palla più ghiotta per segnare. Sul finale grande Eduardo su un tiro di Ramires deviato.
Va bene, tre punti, ma che il Brasile vincesse con un solo gol di scarto contro la Corea del Nord (e per di più subendo una rete) era pronostico difficilmente fattibile anche dal più audace degli scommettitori: nel freddo di Johannesburg, i cinque volte campioni del mondo faticano non poco a trovare gli spiragli giusti tra le fitte maglie messe su dal tecnico degli asiatici Kim Jong-Hun e nella prima frazione devono accontentarsi di una impietosa statistica che recitava zero tiri verso la porta difesa da Ry Myong-Guk. Nella ripresa piglio aggressivo e i pur volenterosi nordcoreani hanno dovuto abdicare: merito del gol bellissimo del primo giocatore militante in Serie A (ancora per quanto?) a segnare in questo Mondiale ossia Maicon, poi del raddoppio di Elano. Ma gloria per Ju-Yun Nam, in gol allo scadere.
E’ che la Corea del Nord ha impostato la partita con dieci, se non undici, giocatori dietro la linea della palla costringendo i ben più titolati brasiliani a trovare soluzioni alternative: ma se il fosforo del centrocampo sudamericano è affidato a un appannato Kakà e al solito evanescente Felipe Melo, allora tutto diventa più difficile. Gli asiatici sono anche veloci e nelle ripartenze mettono in affanno Lucio e soci, ma a dir la verità fin dal primo tempo Robinho sembra in palla, molto più di un Fabiano impalpabile. Insomma, primi quarantacinque minuti non bellissimi, anzi decisamente deludenti dal punto di vista brasileiro, con tanti applausi all’arcigna banda nordcoreana. Nella ripresa però Carlos Dunga striglia i suoi e quando tornano sul terreno di gioco la musica pare cambiare.

Finalmente arriva il giorno anche del Brasile di Carlos Dunga. Stasera sarà il match dei verdeoro contro la Corea del Nord a chiudere la giornata del Mondiale. I sudamericani sono favoriti d’obbligo, soprattutto guardando il livello tecnicamente basso fino ad ora mostrato dalle altre pretendenti, ma nonostante questo c’è un clima di tensione fra il Ct e la stampa brasiliana.
Sono contestati i suoi metodi, le sue convocazioni con “pochi attaccanti”, gli allenamenti a porte chiuse per provare schemi e tattiche che i giornalisti temono “troppo difensiviste” per la tradizione brasiliana.
Gli allenamenti privati ci sono serviti per provare molte volte gli schemi e le giocate senza avere tutta quella gente intorno. Per il Brasile è stata una cosa inconsueta, ma almeno vi ho dato qualcosa di nuovo da scrivere. Non direi che il Brasile si è italianizzato, ma piuttosto che sono le squadre italiane ad essersi brasilianizzate. Pensate all’Inter che ha il nostro capitano Lucio e gli altri: prima che ci fossero loro non vinceva la Champions da più di 40 anni. Sento il brivido dell’emozione. Ho giocato tre Mondiali, ho alzato la Coppa nel 1994 ma l’emozione arriva sempre. Da allenatore le responsabilità sono maggiori ma è più grande anche la gioia in caso di vittoria. Noi poco creativi? Da quando ci sono io abbiamo segnato più di cento reti incassandone 30, quindi cosa c’è di sbagliato?
Per prepararvi alla sfida fra Brasile e Corea del Nord potete dare un’occhiata alle quote, analizzate come di consueto da Betsblog, con i nostri pronostici per la sfida che si spera sia finalmente ricca di gol in un Mondiale per il momento piuttosto deludente.
Le Quote di Bwin per Brasile - Corea del Nord





Alexandre Pato è in Sudafrica, ma non per disputare gli ormai imminentissimi Mondiali, quanto per promuovere opere benefiche della Nike a Soweto. Il Papero rossonero ieri ha parlato di questa iniziativa a favore dei bambini poveri, ma a margine dell’evento qualche giornalista gli ha chiesto lumi circa il suo futuro e il giovane attaccante verdeoro si è lasciato sfuggire queste dichiarazioni: “Adesso è presto per dire se resto al Milan. Di queste cose voglio parlare solo dopo il 20 luglio (data del raduno a Milanello, ndr), della mia squadra non sto seguendo neppure il mercato. L’importante è che rimanga Ronaldinho. Ora, però, non è il momento di parlare di acquisti e cessioni. Sono venuto un Sudafrica per questo progetto benefico della Nike e per tifare Brasile suonando la mia vuvuzela“. Le poche parole da lui pronunciate.
Queste hanno scatenato una valanga di insinuazioni, con Adriano Galliani e il procuratore del giocatore abili pompiere per spegnere sul nascere ogni tipo di dubbio o sospetto circa un suo addio al Milan. “Pato ha un contratto con il Milan fino al 2014 e intende rispettarlo. Alexandre ha solo detto che non è il momento di parlare di mercato visto che si trova in Sudafrica per un’iniziativa di beneficenza” ha detto Gilmar Veloz, suo agente. E Galliani ha rincarato la dose: “Io non giudico le parole dei calciatori. Che ha detto? Io non lo so neppure. Pato ha un contratto fino al 2014 e resterà con noi. È incedibile“. A chiudere definitivamente la faccenda lo stesso Pato che in serata ha rettificato: “Un messaggio minaccioso? No. Nessun problema. Resterò al Milan. Voglio vincere Champions e scudetto. Ho fame di successi“.
La Galleria Fotografica di Alexandre Pato




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Ecco una delle favorite dei prossimi mondiali di calcio, il Brasile del ct Carlos Dunga. N el parlare dei verdeoro non si può prescindere da alcune statistiche che collocano questa selezione sul trono più importante del mondo del calcio: il Brasile è l’unica squadra ad aver partecipato ad ogni edizione della fasi finali di un Mondiale e unica ad averlo vinto cinque volte in tutti i continenti dove si è giocato (nessun altra Nazionale è riuscita a trionfare fuori dai propri confini continentali). Ma la Seleçao detiene anche un record “negativo”: delle otto squadre ad aver alzato la Coppa del Mondo, il Brasile è l’unica a non esser riuscita a farlo tra le mura amiche.
La squadra è forte, la storia è leggenda, ma mai dare nulla per scontato e occhio alle stecche che sono sempre dietro l’angolo. Lo sa bene Dunga che non ha assecondato la volontà popolare e ha scelto i suoi 23 uomini più fidati, infischiandone della critiche: fuori Ronaldinho, Pato, Diego e Adriano, dentro giocatori che hanno giocato poco (Julio Baptista) o male (Felipe Melo), con i brasiliani che poco conoscono Grafite e gli avrebbero preferito l’astro nascente Neymar. Tant’è, Dunga ha le spalle larghe e ha asserito che i giocatori chiamati sono quelli che meglio ritiene opportuni per il suo progetto. Cioè meno calcio bailado e più pragmatismo.
Parlare della rosa brasileira è forse inutile, ma brevemente facciamolo lo stesso. In porta un esausto Julio Cesar cercherà di coronare questa fantastica stagione disputando un mondiale degno della sua bravura, insieme a lui i compagni interisti Maicon e Lucio, entrambi sicuri di un posto da titolare in difesa; Luisao e Alves gli altri due del quartetto. Per il centrocampo c’è più bagarre, anche se difficilmente Dunga rinuncerà al suo pupillo Felipe Melo che l’anno scorso in Sudafrica si esaltò e giocò benissimo. Poi Kakà, Elano, Robinho, tutti grandi giocatori che tenteranno di mettere in condizione di far gol Luis Fabiano: è lui l’attaccante principe della Seleçao.
Le Foto di Tutte le Maglie del Mondiale 2010 in Sudafrica





Felipe Melo è stato un flop, e non come dice lui perché è stato pagato tantissimo: la Juve chiedeva di più al mediano brasiliano proveniente dalla Fiorentina, anche se magari era ovvio che le aspettative da regista fossero disattese. Lui però non la pensa così, corroborato anche dalla recente convocazione di Carlos Dunga tra i 23 che rappresenteranno i verdeoro ai Mondiali; così ieri in una intervista telefonica all’Espn brasiliana è andato in escandescenze quando gli si è chiesto come mai avesse “cannato” la stagione in bianconero. Prima ha riattaccato il telefono, poi ha richiamato in trasmissione per scusarsi: “È un momento di così tanta euforia e allegria, che è difficile ricevere una domanda del genere. Chiedo scusa per come ho reagito” ha spiegato il 27enne di Volta Redonda.
“Non sono d’accordo. La Juve senza di me ha perso cinque partite su sei. Gioco alla Juve come giocavo con la Fiorentina, ma sono stato pagato 25 milioni di euro, e per questo la gente si aspetta che segni ogni partita. Nella passata stagione sono stato il migliore a rubare palloni e in questa ci sono andato vicino. Ho disputato la Confederations Cup la scorsa estate e sto giocando sempre. È giusto dire che in questa stagione non è andata come ci si aspettava, ma tutta la Juve non ha fatto la stagione che ci si aspettava. Se la Juve avesse vinto sei partite in più ora starebbero tutti a parlare delle meraviglie di Felipe Melo” l’arringa difensiva del giocatore che, però, ha mentito. Noi infatti siamo andati a vedere quante partite ha mancato e come sono andate a finire.
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E’ normale, quasi matematico, che le convocazioni dei commissari tecnici, siano esse destinate ad un’amichevole, a uno stage, a una competizione continentale o intercontinentale, a qualsiasi cosa, facciano scaturire polemiche: se viene chiamato un giocatore per una partita inutile, ecco le critiche a salvaguardia del club; se viceversa per un prestigioso torneo viene omesso il nome dell’idolo della folla, sotto ancora con feroci messe alla gogna per il ct di turno, come se non fosse normale che ognuno ha le sue preferenze, che piacciano o meno alla gente. Il nostro Marcello Lippi almeno è stato coerente: nessuna “uscita splendida” dell’ultima ora, costante nelle sue convinzioni, alla fine il suo listone non ha destato stupore (I pre convocati di Argentina, Inghilterra e Brasile).
E’ andata diversamente in altri Paesi dove le decisioni dei vari Maradona, Capello e Dunga, rispettivamente ct di Argentina, Inghilterra e Brasile, hanno destato non poche perplessità. Il Pibe de Oro, a capo della Seleccion, se n’è infischiato: fuori Cambiasso, Gago e Zanetti, dentro gente sconosciuta come Pozo, Garcé e Insarrualde, ha avuto anche la sfacciataggine di tagliare corto svelando già la formazione. “Un 4-4-2 con Romero; Otamendi, Demichelis, Samuel e Heinze; Mascherano, Gutierrez, Veron e Di Maria; Messi e Higuain” ha detto l’ex napoletano, affidando il compito di leader indiscusso a Veron. Più chiaro di così. In Inghilterra invece è calato di colpo l’appeal verso il sergente di ferro Fabio Capello, accusato di aver chiamato gente rotta o comunque non abbastanza esperta.