
Difficile raccontare un calciatore, un uomo e un personaggio come Dino Zoff in due righe. Nato a Mariano del Friuli in provincia di Gorizia il 28 febbraio 1942. Il suo esordio in Serie A è con l’Udinese il 24 settembre 1961, Fiorentina -Udinese 5-2. Dal 1963-64 al 1966-67 gioca tre campionati di Serie A ed uno di B nel Mantova, prima di passare al Napoli, dal ‘67 al ‘72. Alla Juventus arriva nel 1972 e diventa il titolare indiscusso per undici anni vincendo sei scudetti con i bianconeri. Nel 1977 vince la coppa Uefa e nel ‘79 e nell’82 la coppa Italia. In campionato ha mantenuto inviolata la porta per 903 minuti nella stagione 1972-73.
Quest’ultimo è un record rimasto imbattuto per più di dieci anni, superato solo dal portiere del Milan Sebastiano Rossi nel 1994. In 11 anni alla Juventus non salta una gara in Serie A, 330 presenze consecutive. Record di presenze in campionato battuto 22 anni più tardi da Paolo Maldini. In nazionale debutta negli Europei del 1968, anno in cui gli azzurri vincono il titolo continentale. La ripetizione della finale, vinta contro la Jugoslavia, è solo la sua quarta presenza in nazionale. Convocato per quattro Mondiali, difende la porta degli Azzurri agli Europei del 1980 e non subisce reti fino al tiro dalla lunga distanza del cecoslovacco Ladislav Jurkemík nella finale per il terzo posto.
Due anni dopo vince i Mondiali in Spagna diventando il giocatore più ‘vecchio‘ a riuscire nell’impresa. Continua per un anno chiudendo la carriera in nazionale con 112 presenze (record per l’epoca): appena 84 i gol subiti mantenendo la porta inviolata 61 volte, 12 consecutive (record mondiale) - 1.142 minuti per la precisione − tra il 1972 e il 1974). È l’unico giocatore italiano ad aver ottenuto sia il titolo di campione europeo sia quello di campione del mondo a livello di Nazionale. Nel 2004, per celebrare il proprio 50º anniversario, l’UEFA invitò ogni federazione nazionale ad essa affiliata di indicare il proprio miglior giocatore dell’ultimo mezzo secolo. La scelta della FIGC ricadde su Zoff, designato quindi Golden Player dall’UEFA. Da allenatore, nei due anni alla Juventus, vince una Coppa Italia e una Coppa UEFA. Per due anni guida anche la nazionale azzurra, ma la sua avventura finisce dopo la scioccante sconfitta in finale, contro la Francia nella finale del campionato europeo.
Due giorni dopo Zoff, da uomo rispettabile e tutto d’un pezzo, diede le dimissioni in seguito alle avventate e illogiche critiche di Silvio Berlusconi che gli diede del dilettante per non aver provveduto alla marcatura di Zidane. Ha lasciato un segno indelebile e positivo anche nell’ambiente della Lazio per i trascorsi con Cragnotti, sia da allenatore che da dirigente. Dino Zoff è stato sinonimo di serietà non solo in campo, una figura istituzionale, un totem. A Firenze, nel campionato 2004-2005, condusse la squadra neopromossa alla salvezza, subentrando a gennaio al posto dell’esonerato Sergio Buso: i viola, nella volata finale, riusciranno ad avere la meglio su Brescia e Bologna.
(Fonti - uefa.com, biografieonline.it)
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I portieri italiani, una scuola che un tempo veniva elogiata in tutto il mondo con mirabili esempi conosciuti anche dai meno appassionati: cosa è successo negli ultimi anni agli estremi difensori nostrani? L’esterofilia del nostro calcio ha investito anche quel ruolo, Gigi Buffon ha fagocitato tutte le nuove promesse non scardinandosi dall’essere il più bravo di tutti e continuando così a difendere la porta dell’Italia ad libitum, gli emigrati non hanno brillato (Taibi, Sorrentino, De Sanctis, etc.). Poi ci sono Fabio Cudicini (Tottenham) e Vito Mannone (15 anni più giovane, Hull City via Arsenal), infine Salvatore Sirigu. Che sta facendo impazzire le tifose e sognare i tifosi, protagonista col Paris Saint Germain e, in generale, nella League 1.
Solo 19 gol subiti in 22 partite, questa sera i parigini di Carlo Ancelotti scenderanno in Costa Azzurra, a Nizza, per cercare di riportare il Montpellier a distanza di sicurezza, a 3 punti; tra i pali sempre lui, quel Sirigu che era arrivato nella capitale francese per 3,5 milioni di euro l’estate scorsa e che in pochi mesi ha già messo radici: ha trovato l’amore, parla il francese perfettamente ed è un leader dello spogliatoio:
“Io miglior giocatore della Ligue 1? Questo riconoscimento mi ha reso molto felice, tuttavia non penso troppo ai riconoscimenti individuali, anche se ammetto che mi gratifica. Mercato? Siamo in grado di acquistare grandi giocatori e in Europa a poterlo fare non sono tante squadre. I calciatori amano venire a Parigi. Comunque chi viene qui non deve farlo solo per i soldi perché abbiamo una squadra che vuole vincere e c’è bisogno di gente molto motivata”.
Così parlava nel gennaio scorso, aveva appena ricevuto il premio quale miglior giocatore del campionato transalpino nel mese di dicembre; ma Sirigu non è tipo che si monta la testa, lavora bene e con intensità, para e trasmette sicurezza a tutto il reparto, venerdì scorso L’Equipe gli ha dedicato un’intera pagina per descriverlo e approfondire il personaggio. Momento d’oro, tanto da far dire a Dino Zoff tramite le colonne del quotidiano francese:
“Si tratta di un portiere molto interessante. Sono fiero di lui, felice che sia riuscito ad imporre la scuola italiana in Francia. Diventerà molto utile all’Italia, è un portiere completo e reattivo”.
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Si sono svolti questa mattina, nella parrocchia di di Santa Maria al Paradiso in zona Vigentina a Milano, i funerali dell’ex c.t. della Nazionale Campione del Mondo 1982, Enzo Bearzot, scomparso l’altro ieri all’età di 83 anni dopo una lunga malattia. Sotto la pioggia battente del capoluogo lombardo si sono dati appuntamento per l’estremo saluto al “vecio” tutti i protagonisti di quella squadra tra i quali Dino Zoff, Antonio Cabrini, Giuseppe Bergomi, Bruno Conti, Franco Baresi, Marco Tardelli, Alessandro Altobelli, Giampiero Marini, Fulvio Collovati, Giancarlo Antognoni, Francesco Graziani, Gabriele Oriali, Paolo Rossi oltre all’ex ct della nazionale, Cesare Maldini, vice di Bearzot in Spagna e al presidente della Figc, Giancarlo Abete.
Cerimonia sobria come ha dichiarato l’officiante Don Claudio Nora nel corso della sua omelia: “È una celebrazione semplice familiare, come sarebbe piaciuta ad Enzo. Le celebrazioni le lasciamo alle colonne dei giornali qui ricordiamo l’uomo, il marito sposato per 63 anni, il padre, il maestro, l’amico. Questa zona di Milano, pur essendo centrale, ha mantenuto una dinamica di quartiere, molti conoscevano Enzo, lo si incontrava al bar, alla messa. Enzo nella sua semplicità ci ha ricordato che i successi non valgono più degli affetti, della propria famiglia e degli amici.”




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Qualificazione in bilico, Baronio espulso (e quindi squalificato), il futuro di Ballardini appeso a un filo: sono questi alcuni degli strascichi, pesantissimi, all’indomani dell’eurobatosta della Lazio. Un 4-1 subito dagli spagnoli del Villarreal, il Madrigal si conferma bestia nera per le squadre italiane e la Spagna terra di disfatta per la Lazio, ko per la sesta volta su sette trasferte iberiche. Come se non bastasse, è di oggi la notizia che il Capo Ufficio Stampa del club, Stefano De Martino, sta preparando un esposto all’Uefa per via di un trattamento da parte degli spagnoli molto discutibile.
“Davanti a questo scempio non parliamo. Confermiamo il silenzio stampa e siamo chiusi in una stanza con l’UEFA per scrivere un esposto: sin da quando siamo arrivati qui in Spagna siamo stati osteggiati nel nostro lavoro. A me personalmente, in qualità di Capo Ufficio Stampa, non è stato permesso di lavorare e di entrare allo stadio. La Securidad spagnola ha lasciato fuori sia me che i magazzinieri. Dato che non ci è stato permesso di lavorare, faremo un esposto all’Uefa” ha spiegato De Martino, anche se la vera preoccupazione di Lotito è legata a Davide Ballardini e all’incapacità di risollevarsi.
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A Dino Zoff non è piaciuta la reazione piccata di Marcello Lippi qualche istante dopo il fischio finale di Italia-Cipro e in merito ai fischi e ai cori di dissenso piovuti da un gruppo di spettatori del Tardini. Il pubblico invocava Cassano, divenuto ormai l’emblema della distanza che intercorre tra il ct della nazionale campione del mondo e i tifosi che non digeriscono alcune sue scelte. Zoff ha detto la sua dai microfoni di Radio Radio, rispondendo anche a chi gli chiedeva delle sue dimissioni da ct della nazionale:
“”La mia vicenda fu diversa, non ho avuto sfoghi, ho preso una decisione e basta.
Non ci si può permettere di essere così arroganti. Il pubblico ha il diritto di invocare chi vuole. Lui può prendere le dovute distanze, ma lo deve fare con una certa educazione. Il caso di Beccalossi ignorato da Bearzot? Certo la statura del ct era diversa…Io credo però che pur essendo contestati, non è mai serio lasciarsi andare a strane dichiarazioni. Io non vedo nessuna deficienza nelle convocazioni di Lippi, ognuno ha le sue idee e ognuno ha il suo modo di concepire la nazionale. L’importante è portare avanti le proprie idee con classe”.

Sono passati vent’anni da quel maledetto 3 settembre del 1989 in cui Gaetano Scirea, ex libero, capitano e bandiera della Juventus morì a causa di un incidente automobilistico su una strada polacca. All’epoca si era da poco ritirato dal calcio giocato e rivestiva il ruolo di allenatore in seconda per i bianconeri al fianco del suo grande amico e compagno di mille battaglie Dino Zoff. La Juve doveva affrontare in Coppa Uefa il Gornik Zabrze, avversario modesto per il quale Zoff non riteneva ci fosse bisogno di un attento studio, l’ordine della trasferta polacca arrivò invece dall’allora presidente Giampiero Boniperti.
La notizia della morte di Scirea sconvolse l’Italia del pallone e non solo, a darla, in diretta nazionale, fu Sandro Ciotti durante la Domenica Sportiva (guarda il video), lo studio era scioccato, Marco Tardelli, ospite della puntata, fu vittima di un malore. Nell’incidente morirono insieme all’ex giocatore altre due persone, la traduttrice che lo accompagnava e l’autista, autore del fatale sorpasso azzardato, si salvò soltanto il dirigente dei polacchi seduto al posto anteriore del passeggero. La macchina prese fuoco anche a causa di alcune taniche di benzina che trasportava. Quel giorno non è morto soltanto un ex campione della Juve e della nazionale, ma anche un uomo le cui doti morali erano riconosciute da tutti, indistintamente dalla fede calcistica. In tal senso è toccante l’articolo di Gianni Mura datato 5 settembre 1989.
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Il Golden Foot è un premio istituito nel Principato di Monaco nel 2003, ispirandosi alla famosa Walk of Fame di Hollywood, il premio per i vincitori consiste in un’impronta dei loro piedi sul lungomare di Montecarlo. Il trofeo è riservato ai giocatori che hanno superato la soglia dei 29 anni di età, la loro caratteristica principale è quella di essere grandi campioni, non solo sul campo ma anche per tutto quello che hanno fatto vedere nell’arco della loro carriera. È chiaro che un premio del genere si può vincere una sola volta nella vita (Fotogallery).
Tra i candidati alla vittoria di questa settima edizione ci sono due italiani, Gianluigi Buffon e Francesco Totti. Se la dovranno vedere con altri otto campionissimi del football e cioè: gli inglesi David Beckham e Steven Gerrard, i francesi Thierry Henry e David Trezeguet, più altri pesi massimi del calibro di Luis Figo, Ryan Giggs, Raul e Ronaldinho. Il vincitore lo scelgono i tifosi votando attraverso il sito ufficiale del trofeo. Le votazioni per questa edizione sono aperte fino al 18 settembre prossimo.
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Della magica nidiata del 1982, i 23 calciatori che ci fecero sognare in quel di Spagna conquistando il terzo titolo mondiale dell’Italia, sono usciti allenatori piuttosto mediocri: non può dirsi che Tardelli e Graziani, Dossena e Vierchowod, Conti e Cabrini abbiano avuto una brillante carriera come trainer, tutt’altro. Le uniche eccezioni riguardano Dino Zoff (ottimo condottiero di Juve e Lazio oltre che arrivato a un secondo dal titolo Europeo nel 2000) e Claudio Gentile che con la Under 21 ha vinto un Europeo nel 2004 oltre a conquistare un bronzo alle Olimpiadi nello stesso anno non avvalendosi dei fuori-quota.
Nel 2006, in seguito allo scandalo Calciopoli, l’allora presidente in pectore della FIGC, Guido Rossi, lo sollevò dall’incarico di selezionatore degli azzurrini, nonostante non ci fossero sentori in questo senso. Così qualche tempo fa si espresse in merito: “Non mi hanno mai detto perché sono stato esonerato. Mi hanno solo detto che non facevo più parte dei quadri della Federazione“. Eppure oggi assicura: “L’esonero mi è costato tantissimo perché io potevo andare in un grande club ma la Federazione mi disse che facevo parte dei loro piani. Poi invece a sorpresa mi hanno licenziato anche se io avevo ottenuto risultati” l’amara considerazione dell’ex juventino.
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“A fine stagione lascio la Lazio, sono rimasto male per il cambio e per i fischi. E’ vero che avevo fatto un errore grossolano nel primo tempo, ma mi stavo facendo un mazzo così, da qui a fine stagione darò il massimo per questa maglia, ma poi lascerò la Lazio, me ne voglio andare, non mi importa se Lotito non mi paga più gli stipendi. A fine anno me ne vado” parole dure di Emilson Cribari, da quattro stagioni alla Lazio ma evidentemente desideroso di cambiare aria. Quasi 100 partite con la maglia biancoceleste, l’ex Empoli e Udinese è letteralmente scoppiato in lacrime domenica pomeriggio di fronte ai taccuini dei giornalisti.
Così il suo allenatore nel commentare questa uscita: “Era particolarmente stanco, noi eravamo in dieci e lui non riusciva più a salire; onestamente rimango basito davanti a questa cosa, se vuole andare via per la sostituzione c’è qualcosa che non quadra” le parole non esattamente sibilline del sempre schietto Delio Rossi. Sulla faccenda è intervenuto pure Claudio Lotito, numero uno della Lazio: “Cribari? Nessuno lo ha escluso dal progetto. C’è un clima sereno: lui ha male interpretato una parte del dissenso dei tifosi; non c’è nessun problema con la società, forse c’è stato un problema di caduta psicologica per una sconfitta come quella di ieri. I fischi non erano rivolti a lui, ha capito in modo diverso. Parlerò con il giocatore nei prossimi giorni perché la sua uscita ha sorpreso tutti“.

Stagione 93/94, il Milan si appresta a vincere il suo terzo scudetto di fila, la difesa dei sogni ha Sebastiano Rossi come ultimo baluardo: quell’anno cadde il record di imbattibilità di Dino Zoff (903 minuti nel 72/73 con la maglia della Juve), Rossi entra nella storia (929 minuti senza incassare un gol). Da allora solo Ivan Pelizzoli della Roma è andato vicino ad insidiare il personale record del collega, nel 2003/04 per 773 minuti non dovette mai raccogliere il pallone in rete. Primati niente male, distanti però da quelli del Regno Unito o della Spagna: proprio in questi giorni, infatti, Edwin Van der Sar ha battuto il precedente record di Bobby Clark dell’Aberdeen (1155 minuti di imbattibilità).
L’olandese del Manchester United, grande protagonista lo scorso anno coi Red Devils durante la loro trionfale Champions League (ma ricordato senza troppi rimpianti dai tifosi della Juve), non subisce reti da 13 partite, più di 20 ore per un totale esatto di 1212 minuti. Lui nicchia e trasuda modestia, ma il prossimo obiettivo è superare il record-man europeo di sempre, Abel Renso dell’Atletico Madrid che nel ‘91 parò tutto per 1275 minuti di fila (è ovviamente anche il primato della Liga): ci proveranno McCarthy, Diouf e Santa Cruz del Blackburn a rovinargli la festa, all’Old Trafford però sabato tutti si aspettano l’ennesimo “shut-out“.
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