
Con sei punti dopo 180 minuti, il Real Madrid guarda dall’alto in basso le altre tre squadre del Girone G di questa Champions League 2010/2011: tre gol fatti senza subirne alcuno, il solito Mourinho che raccoglie il massimo non entusiasmando, formula a cui ancora devono abituarsi gli esigenti, in quanto a spettacolo, tifosi spagnoli, quelli del Bernabeu in particolare. Domani le merengues incontreranno il Milan a domicilio, una sfida dal sapore antico e tradizionale, partita che ha tutti gli ingredienti per essere esplosiva; peccato, o per fortuna a seconda dei punti di vista, che è proprio lo Special One a buttare acqua sul fuoco potenziale.
“Per me questa è una partita come un’altra. Dopodomani, che si vinca o si perda sarà comunque mercoledì. Domani è la mia settantacinquesima gara in Champions, questa non è una partita dell’altro mondo. Abbiamo 6 punti, ce ne servono 9-10, abbiamo due partite in casa, non siamo disperati” ha detto in conferenza stampa il lusitano, che non ha potuto però evitare di parlare di Milan, fino a qualche mese fa avversaria nel derby e ora euro-rivale non certo tra le più morbide in quanto a caratura tecnica e fisica: “Hanno tanti attaccanti buoni, Ibra, Robinho, Ronaldinho, Pato, Seedorf, Inzaghi, la cosa importante è spiegare ai miei come si muovono, che spazi occupano. In ogni modo preferisco che non giochi Pippo“.
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Da un anno a questa parte a Kakà non ne va bene una, soltanto dodici mesi fa lasciava il Milan come uno dei più forti calciatori al mondo, da allora molte ombre e pochissime luci. La sua prima stagione al Real Madrid non è stata molto convincente, non certo all’altezza delle aspettative sue e dei suoi tifosi, poi è arrivato il mondiale, anche in Sudafrica il talento brasiliano ha faticato a brillare. Con l’arrivo di José Mourinho al Santiago Bernabeu s è addirittura parlato di una sua possibile cessione, il portoghese sembrerebbe poco interessato ad averlo con sé.
Oggi l’ennesimo capitolo negativo di questo strano anno. Kakà aveva problemi al ginocchio sinistro, questo spiegherebbe anche in parte l’opacità delle sue prestazioni, ma lo staff sanitario madridista non è riuscito a fare luce sulle origini e sulla natura di questo infortunio. È arrivata così la decisione di volare in Belgio, ad Anversa, per far visitare il giocatore da uno dei massimi luminari in quanto ad articolazioni, il famigerato Professor Marc Martens. Il brasiliano ha salutato i compagni in partenza per la tournée estiva negli Stati Uniti e in compagni del medico del suo club, Carlos Diez, è volato alla volta della città belga.
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L’avventura di Kakà in Spagna potrebbe essere già alle battute finali, dopo solo una stagione il Real Madrid potrebbe decidere di mettere in vendita il campione brasiliano. Secondo Sport.es c’è un’alta probabilità che il giocatore lasci il Santiago Bernabeu, i motivi di questa clamorosa bocciatura sono molti, non ultimo l’arrivo di José Mourinho: il portoghese ha capito di non aver bisogno dell’ex milanista, reduce da un’annata non certo da incorniciare, e avrebbe dato il suo benestare alla cessione.
Kakà è stato, insieme a Cristiano Ronaldo, uno dei colpi di mercato più clamorosi di Florentino Perez, acquistato dal Milan per 60 milioni di euro doveva consentire al Real Madrid di cannibalizzare ogni competizione, alla fine invece i bianchi sono rimasti a bocca asciutta, con “zero tituli” per citare il nuovo allenatore della squadra più amata di Spagna. Come se non bastasse il brasiliano è stato un mancato protagonista dei mondiali sudafricani, mai è riuscito a lasciare il segno nella competizione, il Brasile ha lasciato il continente nero con una deludente eliminazione ai quarti per mano dell’Olanda.
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José Mourinho è già totalmente immerso nell’avventura madridista: l’ex allenatore dell’Inter non solo sta conducendo con la consueta maniacalità gli allenamenti del Real Madrid durante la preparazione estiva, ma è anche foriero di consigli per la dirigenza, indicando gli gradirebbe avere con sé e chi invece è chiaramente in esubero. Di pochi giorni fa gli apprezzamenti per Felipe Melo, mentre oggi sul fronte partenze arrivano conferme di Raul allo Schalke 04 (contratto biennale a 6 milioni lordi annui); non solo Mondo Deportivo riporta anche un’altra idea dello Special One.
“Mou ha un ottimo ricordo di Ibrahimovic all’Inter ed è convinto che Zlatan si inserirebbe perfettamente nel nuovo Real che sta disegnando” riporta il quotidiano catalano, aggiungendo che le merengues sarebbero effettivamente il solo club in grado di corrispondere allo svedese l’esosissimo ingaggio che percepisce, cioè 12 milioni di euro. Pare che Mou sia poco soddisfatto di Karim Benzema, beghe legali a parte, e avrebbe poco da ridire invece sul lungagnone scandinavo che già ebbe alla dipendenze nel primo anno di nerazzurro. Poi l’affascinante proposta di offrire, come contropartita, Ricardo Kakà.
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Poche parole, quelle di Benitez che seduto al fianco del giovanissimo Coutinho durante un’attesa conferenza stampa ha così presentato la stellina brasiliana: “Presentiamo un giocatore giovane che può rappresentare il futuro della società. I suoi tifosi lo hanno sempre acclamato quindi siamo sicuri possa far bene“. Poi riflettori e microfoni sono tutti per il diciottenne, un passato al Vasco de Gama e finalmente la chance di giocarsi le proprie carte in Europa, anzi, con la squadra attualmente più forte del Vecchio Continente. E’ misurato il ragazzo, non timido nonostante gli occhi curiosi dei giornalisti, determinato, non lesina risposte anche non banali. Ovvio che l’approccio sia di tipo classico: aspettative, sensazioni, questioni tattiche.
“Sono contento di essere qui, spero di vincere molti titoli e dare molte soddisfazioni ai tifosi dell’Inter. Voglio affermarmi, diventare un volto noto nel calcio italiano, mettermi in mostra per raggiungere poi il sogno della nazionale. Quando ho saputo dell’interesse dell’Inter ero molto emozionato e lusingato, è il sogno di ogni brasiliano giocare in una grande d’Europa e quando l’acquisto è stato perfezionato non vedevo l’ora di iniziare questa esperienza” le parole di Coutinho, che poi si concentra sul suo modo di giocare: “I miei idoli sono Kakà e Ronaldinho, ma penso di essere molto simile a Sneijder. Pato? No lui è più attaccante, io più centrocampista“.
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Sessantaquattro anni dopo lo sciagurato, se non infausto, Mondiale del 1950 il Brasile fra 48 mesi avrà l’occasione di prendersi una bella rivincita: nel 1950 i campionati del mondo giocati tra le mura amiche furono fallimentari per la vittoria finale dell’Uruguay, nel 2014 l’opportunità di cancellare definitivamente quella delusione che neanche il tempo ha saputo mandar via. Già, ma per arrivarci bisognava che l’antipasto sudafricano fosse stato sfruttato a puntino, invece i verdeoro tornano a casa con mille punti interrogativi, con più di qualche crepa da riparare e soprattutto senza un allenatore.
Da ieri, infatti, Carlos Dunga non è più il ct della Seleçao; l’ex giocatore di Fiorentina e Pescara non ha tutte le colpe, ma di certo più di una responsabilità come lui stesso ha ammesso: dopo l’illusione della scorsa Confederations Cup, pensava che riproporre lo stesso gruppo fosse stato abbastanza per arrivare quanto meno tra le top four. E invece insistere su giocatori come Melo, Fabiano o Kakà, ampiamente deludenti coi loro club, e tenere fuori l’idolo locale Neymar (e che dire di Pato e Gamso?) alla fine forse ha pesato, senza contare che l’ormai ex selezionatore non ha saputo inculcare la giusta mentalità, gestendo le energie nervose dei suoi ragazzi molto molto male.
Gruppo G, quello meno incerto degli otto: Brasile e Portogallo dopo le precedenti due uscite giocavano solo per definire la loro posizione, chi sarebbe arrivato primo e chi secondo; ai lusitani occorreva vincere per scavalcare i cugini sudamericani, alla fine ne esce fuori un pareggio senza gol che qualifica i verdeoro in vetta al raggruppamento con sette punti e gli europei dietro con punti cinque. Secondo pari per 0-0 per Cristiano Ronaldo e compagni che confermano di avere una difesa più che buona e un cinismo, marchio di fabbrica della gestione Queiroz, che non ricordavamo appartenere a questa selezione. Il Brasile si conferma squadra solida, poca samba e molto pragmatismo.
I due tecnici, a dire il vero, hanno messo in campo undici competitivi e le squadre sul terreno di gioco hanno cercato di vincere; la Seleçao con un possesso palla tanto arzigogolato quanto, in molte occasioni, sterile, il Portogallo affidandosi alla velocità di capitan Ronaldo e all’ottima verve dei vari Danny, Raul Meireles e Tiago, anche oggi positivo. Primo tempo nervoso, un sacco di cartellini gialli e occasioni vere alla spicciolata: è il Brasile la squadra più pericolosa con Nilmar (palo) e Dani Alves, mira poco precisa e comunque non tantissimo lavoro per Eduardo. Nella ripresa invece nettamente più Portogallo, con Meireles che ha avuto sui piedi la palla più ghiotta per segnare. Sul finale grande Eduardo su un tiro di Ramires deviato.
Va bene, tre punti, ma che il Brasile vincesse con un solo gol di scarto contro la Corea del Nord (e per di più subendo una rete) era pronostico difficilmente fattibile anche dal più audace degli scommettitori: nel freddo di Johannesburg, i cinque volte campioni del mondo faticano non poco a trovare gli spiragli giusti tra le fitte maglie messe su dal tecnico degli asiatici Kim Jong-Hun e nella prima frazione devono accontentarsi di una impietosa statistica che recitava zero tiri verso la porta difesa da Ry Myong-Guk. Nella ripresa piglio aggressivo e i pur volenterosi nordcoreani hanno dovuto abdicare: merito del gol bellissimo del primo giocatore militante in Serie A (ancora per quanto?) a segnare in questo Mondiale ossia Maicon, poi del raddoppio di Elano. Ma gloria per Ju-Yun Nam, in gol allo scadere.
E’ che la Corea del Nord ha impostato la partita con dieci, se non undici, giocatori dietro la linea della palla costringendo i ben più titolati brasiliani a trovare soluzioni alternative: ma se il fosforo del centrocampo sudamericano è affidato a un appannato Kakà e al solito evanescente Felipe Melo, allora tutto diventa più difficile. Gli asiatici sono anche veloci e nelle ripartenze mettono in affanno Lucio e soci, ma a dir la verità fin dal primo tempo Robinho sembra in palla, molto più di un Fabiano impalpabile. Insomma, primi quarantacinque minuti non bellissimi, anzi decisamente deludenti dal punto di vista brasileiro, con tanti applausi all’arcigna banda nordcoreana. Nella ripresa però Carlos Dunga striglia i suoi e quando tornano sul terreno di gioco la musica pare cambiare.

Dopo cinque anni di Purgatorio in Serie B e due play-off falliti, al terzo tentativo (o al quinto che dir si voglia) il Brescia si riprende la Serie A; un’attesa lunga 60 mesi, ma alla fine la soddisfazione del club lombardo è stata enorme vuoi per la sofferenza con cui alla fine è arrivato l’agognato verdetto, vuoi perché gli acerrimi rivali dell’Atalanta sono scesi in cadetteria proprio quest’anno. Il presidente delle Rondinelle, al secolo Gino Corioni, è raggiante e parla a 360° gradi ai microfoni di Radio Rai Uno, più precisamente nella trasmissione Radio Anch’io lo Sport: “I tifosi del Brescia si devono aspettare una squadra non smantellata e rinforzata. Abbiamo il vivaio più interessante d’Italia. Spero che il Brescia non retroceda più, mi darò da fare“.
Già, belle parole, ma il lavoro da fare sarà tanto. Innanzitutto, sarà ancora Giuseppe Iachini l’allenatore? Il rapporto tra tecnico e patron pare si fosse un pochettino inclinato sul finire di stagione, per via della mancata promozione diretta a discapito del Cesena (fatale la sconfitta di Padova); così Corioni in merito: “Ha fatto bene, è un ragazzo serio, un gran lavoratore e persona perbene. Certo nel calcio bisogna volere imparare e se si pensa di non avere più niente da imparare è meglio che si smetta“, mentre il diretto interessato non si dice sicuro di rimanere anche se lo spera. Ma è quando va fuori tema che Corioni dà il meglio di sé, parlando di Kakà, Baggio, Guardiola e il vivaio bresciano.

Ecco una delle favorite dei prossimi mondiali di calcio, il Brasile del ct Carlos Dunga. N el parlare dei verdeoro non si può prescindere da alcune statistiche che collocano questa selezione sul trono più importante del mondo del calcio: il Brasile è l’unica squadra ad aver partecipato ad ogni edizione della fasi finali di un Mondiale e unica ad averlo vinto cinque volte in tutti i continenti dove si è giocato (nessun altra Nazionale è riuscita a trionfare fuori dai propri confini continentali). Ma la Seleçao detiene anche un record “negativo”: delle otto squadre ad aver alzato la Coppa del Mondo, il Brasile è l’unica a non esser riuscita a farlo tra le mura amiche.
La squadra è forte, la storia è leggenda, ma mai dare nulla per scontato e occhio alle stecche che sono sempre dietro l’angolo. Lo sa bene Dunga che non ha assecondato la volontà popolare e ha scelto i suoi 23 uomini più fidati, infischiandone della critiche: fuori Ronaldinho, Pato, Diego e Adriano, dentro giocatori che hanno giocato poco (Julio Baptista) o male (Felipe Melo), con i brasiliani che poco conoscono Grafite e gli avrebbero preferito l’astro nascente Neymar. Tant’è, Dunga ha le spalle larghe e ha asserito che i giocatori chiamati sono quelli che meglio ritiene opportuni per il suo progetto. Cioè meno calcio bailado e più pragmatismo.
Parlare della rosa brasileira è forse inutile, ma brevemente facciamolo lo stesso. In porta un esausto Julio Cesar cercherà di coronare questa fantastica stagione disputando un mondiale degno della sua bravura, insieme a lui i compagni interisti Maicon e Lucio, entrambi sicuri di un posto da titolare in difesa; Luisao e Alves gli altri due del quartetto. Per il centrocampo c’è più bagarre, anche se difficilmente Dunga rinuncerà al suo pupillo Felipe Melo che l’anno scorso in Sudafrica si esaltò e giocò benissimo. Poi Kakà, Elano, Robinho, tutti grandi giocatori che tenteranno di mettere in condizione di far gol Luis Fabiano: è lui l’attaccante principe della Seleçao.
Le Foto di Tutte le Maglie del Mondiale 2010 in Sudafrica



