
L’attesissimo derby della Befana tra Lecce e Bari si disputerà a porte chiuse, la decisione è arrivata questa mattina dopo la riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica che si è tenuta presso la Prefettura del capoluogo salentino. Si sono quindi avverati i timori del presidente giallorosso Pierandrea Semeraro che nei giorni scorsi aveva mostrato preoccupazione per il regolare svolgimento della partita visto la grande rivalità fra le due tifoserie, alla fine a perderci sono tutti gli appassionati di calcio che attendevano con ansia l’evento che non si verificava da anni nella massima serie.
“Una decisione sofferta, ma inevitabile di fronte ad una partita ritenuta così ad alto rischio potevamo soltanto prendere questo provvedimento, l’unico in grado di garantire un reale controllo della manifestazione”, queste le prime parole del prefetto di Lecce Mario Tafaro. Ovviamente c’è delusione da parte di tutti, il sindaco di Bari ha fatto sapere di non condividere la decisione anche alla luce delle rassicurazioni avute in questi giorni dai sostenitori suoi concittadini, il primo cittadino si è detto disposto ad accompagnare personalmente i tifosi ospiti al Via del Mare, scettico anche sulle stime relative ai baresi che si sarebbero mossi per seguire la sfida:
“Non corrisponde ad alcuna reale previsione il numero di 17 mila tifosi in trasferta, evidentemente diffuso solo per impressionare i non addetti ai lavori. La tifoseria organizzata prevede di non superare le 4-5 mila unità e quella non organizzata non andrà oltre le 2-3 mila unità, e tra queste i soggetti da tenere d’occhio non sono più di qualche decina”.
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Era il primo ottobre del 1983 quando Mirko Vucinic nacque a Niksic, città dell’allora Jugoslavia e attualmente in territorio montenegrino: sono passati 27 anni da allora e quel ragazzetto è diventato l’idolo dei bambini del suo Paese, una “leggenda” come lo ha definito il suo connazionale ex fantasista Dejan Savicevic, “Il Genio” secondo Luca Toni affibiandogli un soprannome che sui balcani avevano sempre appiccicato proprio all’ex numero 10 milanista. Ne ha fatta di strada Mirko che ora parla leccese e che ha anche una moglie salentina, adottato da quella terra dirimpetto alla sua patria e ora pronto a divenire anche cittadino onorario di Roma. Dopo i primi calci con lo Sutjeska, squadra della sua città, è subito trasferimento in Italia.
A Pantaleo Corvino, allora direttore sportivo del Lecce, bastò vedergli segnare 4 gol in 9 partite nel massimo campionato serbo all’età di 16 anni, capì che c’era del potenziale. Era il giugno del 2000 e al ragazzone di Niksic fu data una stanza al Pastor Bonus, la struttura che accoglieva le giovani leve giallorosse, a tirar calci a Villa Convento; poi a 17 anni e mezzo l’occasione di esordire addirittura in Serie A e pian pianino diventare calciatore professionista. “Era già grande protagonista in A, eppure Vucinic veniva a trovarci sui nostri campi” ha dichiarato Roberto Rizzo, l’allora allenatore della Primavera dei miracoli leccese. Aveva qualità il ragazzo, ma non si montava la testa e quando i salentini scesero in Serie B lui appena 19enne decise che era il momento di diventare protagonista. Pur non dimenticando i compagni di Primavera che non ce l’avevano fatta.
“Chiedeva al suo sponsor tecnico alcune paia di scarpini in più, per regalarle ai ragazzini del vivaio. E qualche sera invitava al ristorante i giovani con i quali era cresciuto, per avere il piacere di pagare il conto. Ricordo con affetto una scenetta. Squalificato per frasi gravemente offensive verso l’arbitro in una partita della Primavera, Mirko, messo in punizione dalla società, attraversava un periodaccio. Una sera, in una via del centro di Lecce, me lo trovai davanti, lo vidi abbracciato a una donna. “Mirko, e allora?”, gli feci. E lui mi rispose: “Mister, le posso presentare mia madre?”. Nei momenti difficili, la sua famiglia lo raggiungeva a Lecce per sostenerlo” racconta ancora Rizzo. In Salento un totale di sei stagioni e 37 gol, con addirittura 19 centri nel 2005 (e 3 in Coppa Italia), un record per il club in coabitazione con Chevanton.




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Può una banalissima Gallipoli-Grosseto, posticipo del 24° turno di Serie B giocata in un anonimo 8 febbraio, diventare fonte di discussioni a livello nazionale? Sì, perché la gara di ieri sera ha avuto dell’incredibile, facendo emergere i problemi che attanagliano una piazza, quella gallipolina, che si trascinano ormai dal luglio scorso. Andiamo con ordine e spiegamo l’escalation di una situazione paradossale. Il Gallipoli ottiene una storica promozione in Serie B al termine di un campionato esaltante: siamo a giugno e nella cittadina salentina si sogna alla grande; artefice del miracolo il presidente Vincenzo Barba, personalità del luogo che una volta in cadetteria si accorge di non avere abbastanza fondi per sostenere la squadra.
Cerca acquirenti, il tempo stringe, propone una cessione a costo zero ai tifosi, intanto però garantisce l’iscrizione del Gallipoli al campionato pur non avendo praticamente una squadra. In Coppa Italia a Lumezzane è 0-6, ad agosto finalmente trova il compratore: si chiama Daniele D’Odorico, imprenditore friulano che subito riconferma Giuseppe Giannini sulla panchina dei giallorossi; poi si scatena sul mercato riuscendo ad allestire una rosa dignitosa in una settimana. All’esordio in B è 1-1 contro l’Ascoli, i tifosi però ingoiano il boccone amaro di doversi trasferire al Via del Mare di Lecce perché il Bianco non è a norma.
Incredbilmente la squadra viaggia, sconfitte e vittorie, il necessario per tenersi sempre fuori dalla zona retrocessione; merito del cuore dei giocatori, dell’ex Principe di Roma sulla panchina e dei supporters, sempre caldi e vicini alla squadra. Ma qualcosa che non va si percepisce già nel mercato di gennaio: tante transazioni, ma anche le dolorose cessioni di Di Gennaro e Ginestra a Verona e Crotone. E un malumore crescente per via di stipendi non pagati. Ieri l’exploit: al fischio d’avvio della gara per 40 secondi i giocatori di casa rimangono immobili dando le spalle, tutti, alla dirigenza (con la complicità del Grosseto che non inferisce). E’ una protesta, per via degli stipendi e non solo.
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Tempo di presentazioni a Lecce, i giallorossi dopo aver salutato il vecchio allenatore, Mario Beretta, hanno dato oggi il benvenuto al suo sostituto Luigi De Canio. Il nuovo tecnico si è presentato con una conferenza stampa prima di iniziare a lavorare con la squadra sul campo. L’ex Siena e Queens Park Rangers ha provato a spiegare quello che si attende da questa nuova, difficilissima, esperienza non nascondendo le difficoltà che ci saranno da superare nelle prossima undici partite che mancano alla fine del campionato.
Dopo le rituali parole gentili nei confronti di chi l’ha preceduto ha iniziato a mettere in chiaro i suoi obbiettivi e le motivazioni che lo hanno portato ad accettare l’incarico: “Non sono un superman, ma ho scelto di venire a Lecce e tentare di salvare questa squadra perché ho trovato nelle parole della dirigenza tutto ciò che come professionista volevo trovare”. L’allenatore è fiducioso nei confronti degli uomini che avrà a disposizione per centrare l’obbiettivo: “Non credo che il Lecce sia inferiore alle altre 4-5 squadre che lottano per la salvezza e quindi ha tutto per poter tentare la salvezza. E’ un mini-torneo e spero di poter portare la squadra alla penultima giornata nella zona salvezza”.

Dopo sei turni di sofferenza la Lazio ritrova il sorriso nello stadio di Via del Mare. Continua invece l’agonia casalinga del Lecce che non vince nel proprio stadio dal lontanissimo 28 settembre. Ora i giallorossi sono terzultimi in classifica e la tifoseria leccese comincia a spazientirsi: la squadra è stata sonoramente fischiata al termine dell’incontro. Gira male per gli uomini di Beretta anche il conto con la fortuna: tre legni colpiti contro uno della Lazio. Ma la Lazio ha saputo colpire nei momenti giusti come succedeva nella prima parte della stagione. (Fotogallery)
Due legni colpiti nel giro di otto minuti dalle due formazioni: dopo 23 secondi un tiro di Cacia si stampa sul palo, all’ottavo minuto è Zarate a colpire la traversa dopo una percussione centrale. Due minuti dopo arriva il goal di Foggia deviato da Stendardo. Il Lecce prova a reagire ma gli attacchi dei salentini si infrangono ancora una volta nei legni della porta difesa da Muslera: al 29esimo Tiribocchi deve rimandare l’appuntamento con il goal in seguito ad una bella girata all’interno dell’area di rigore.

Sarà Nicola Pierpaoli di Firenze a dirigere la 13esima sfida ufficiale in quel di Lecce tra salentini e Juventus: sette le vittorie bianconere al Via del Mare (l’ultima delle quali in Serie B con un netto 1-3), due i pareggi (ricordiamo l’1-1 sotto Natale nel 2003 con gol di Konan e Trezeguet) e due vittorie giallorosse (Lima e Conticchio nel 2-0 del settembre 1999, Moriero e Pasculli nell’89 per l’altro 2-0 riportato dagli almanacchi). Quest’anno il Lecce è una squadra che non riesce a vincere con facilità, gli ultimi 3 punti li ha conquistati più di due mesi fa contro il Cagliari, ma di contro è un osso duro da battere (e il Milan ne sa qualcosa); d’altra parte la Juve, a differenza dell’anno scorso, non vuole perdere punti con le cosiddette piccole.
“Mancano tre partite alla sosta, dobbiamo dare tutto e portare a casa i nove punti in palio. Non sarà però facile perchè abbiamo due trasferte insidiose e la gara interna con il Milan: un incontro da tripla che fa storia a sé” ha detto Giorgio Chiellini che insieme alla sua Juve punta al filotto di vittorie contro Lecce, Milan e Atalanta. Tra le fila bianconere si rivede Zanetti, convocato per la prima volta quest’anno e comodamente seduto in panchina, una bella notizia per i tifosi della Juve, un po’ meno per i patiti delle statistiche: l’ultima partita di Zanetti con la maglia della Juve risale allo scorso maggio quando i bianconeri persero 1-0 a Siena, con Beretta in panchina.

“Divergenze di strategie” così Giuseppe Papadopulo spiega il suo divorzio col Lecce e lascia una squadra a cui in due anni ha dato un gioco discreto e soprattutto la Serie A, dopo 24 mesi di purgatorio in cadetteria. Il timone del team salentino passa nelle mani del milanese Mario Beretta che diventa così il 14esimo allenatore del Lecce in Serie A: per lui è la prima esperienza al sud, lui che ama giocare con due punte e, se possibile, col trequartista. Ieri era in via Templari, nella sede della società, a discutere gli ultimi dettagli col presidente Giovanni Semeraro e con il ds Guido Angelozzi: per lui pronto un contratto di due anni e presentazione al Via del Mare in giornata.
Solito completo nero e camicia bianca, occhiali da sole scuri, Beretta si è imposto negli ultimi anni a Parma e soprattutto a Siena, squadra con la quale si è definitivamente lanciato: allenatore esigente ma al contempo persona leggera, oltre al gioco accettabile che fa esprimere ai suoi ragazzi è noto per le capacità di cementare il gruppo. E con il trainer milanese si è pure discusso di mercato, per il momento ancora una incognita per il club pugliese. Nei giorni scorsi si è fatto insistentemente il nome di Okaka, giovane di scuola romanista lo scorso anno 7 volte in gol col Modena; Vucinic, come è noto, è stato riscattato completamente dalla Roma.
La squadra di Papadopulo aveva appena terminato la seduta d’allenamento prima della partenza per la trasferta di Cesena, intanto su Lecce si abbatteva un violento temporale. I giocatori avevano quasi tutti guadagnato l’accesso agli spogliatoi quando all’improvviso un fulmine si è abbattuto con violenza sul terreno di gioco.
Sul prato c’erano ancora alcune persone tra cui lo stesso tecnico Papadopulo e il direttore sportivo Angelozzi ma la scarica ha centrato in pieno l’aiuto magazziniere Antonio De Giorgi che era impegnato a raccogliere alcuni attrezzi usati durante l’allenamento.
Vani sono stati i tentativi di rianimazione, quando l’ambulanza è arrivata allo stadio per il povero magazziniere non c’era più niente da fare.