
Il 16 luglio prossimo la Juventus conoscerà l’avversaria del preliminare di Europa League, due partite che si disputeranno il 29 dello stesso mese e poi una settimana dopo; questo impegno ufficiale così inaspettatamente vicino obbliga i bianconeri a radunarsi in grande anticipo rispetto al passato, infatti fra cinque giorni ci sarà il debutto come allenatore della Vecchia Signora di Luigi Delneri. Situazione stramba per il tecnico friulano, dato che si ritroverà un nugolo di giocatori con la situazione ancora appesa (per quanto riguarda eventuali cessioni), ne mancheranno altri reduci dal Mondiale e, insomma, dovrà pensare all’impegno europeo con una rosa mal definita.
Ma quel che darà più filo da torcere al mister di Aquileia è il morale del gruppo: reduce dalla stagione più disastrosa forse di sempre, la Juve e i suoi giocatori dovranno riacquisire una mentalità se non proprio vincente quanto meno ottimista, dato che alla delusione per il settimo posto pessimo dello scorso campionato, si è aggiunta anche la mazzata del Mondiale nero. Uno dei più presenti in campo in Sudafrica e per questo anche uno dei più “accusati” è stato Vincenzo Iaquinta, col morale chiaramente sotto i piedi; nel rispondere alle domande di Massimiliano Nerozzi de La Stampa, il suo mood si è rivelato scuro come non mai.

Marcello Lippi, ct della nazionale azzurra, predica calma e profonde sicurezza: in cuor suo però sa che l’ennesimo flop, questa volta contro gli esordienti della Slovacchia, vorrebbe dire salutare anzitempo (troppo anzitempo) il Sudafrica e chiudere così il suo mandato bis con una figuraccia in grado (quasi) di oscurare l’eroicità delle notti tedesche. “Che non si ripeta l’errore di Bearzot nell’86” dicevano da più parti gli addetti ai lavoro, ecco, appello che pare caduto nel vuoto. Ma nulla è perso, anzi, una risalita impetuosa dell’Italia potrebbe ridare quel morale tipico per andare avanti mixando fortuna e tecnica, due qualità che per fortuna agli italiani spesso non mancano. Per non cannare anche l’ostacolo Slovacchia, bisogna scegliere bene l’undici di partenza.
Contro la Nuova Zelanda l’allenatore viareggino ha riproposto la stessa formazione titolare che era scesa in campo qualche sera prima contro il Paraguay: qualcosa di meglio, ma forse solo dopo i cambi. E poi le avversarie erano troppo diverse, coi sudamericani tutt’altra pasta rispetto ai pur modesti neozelandesi. Contro gli slovacchi è ora di cambiare, e dal primo minuto (non a partita in corso), per garantire freschezza, imprevedibilità e verve, il tutto commisto alla tecnica che pur non dovrebbe mancare tra i 23 presenti nella rosa. Oddio, non è il caso di Gennaro Gattuso, ma il Ringhio milanista in campo si fa sentire come un mastino e seppur le primavere ormai sono 32 un buon supporto nella zona nevralgica del campo potrà sicuramente darlo.
Le Foto di Italia - Nuova Zelanda 1-1



Le Foto di Italia - Paraguay 1-1



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Altra delusione, altro pareggio, l’Italia può dare addio alla possibilità di arrivare prima nel girone (infilandosi nella parte del tabellone teoricamente più semplice) e dovrà assolutamente vincere con la Slovacchia per passare il turno. Poco gioco, poca convinzione, contro una Nuova Zelanda poco più che ordinata e con solo tanta grinta dalla sua. Dopo cinque minuti Smeltz ci punisce: calcio di punizione, con poca reattività interviene Cannavaro dopo il pallone prolungato da Reid e l’attaccante Kiwi supera Marchetti. Sarebbe fuorigioco, il guardalinee non lo segnala.
L’Italia è frastornata, Montolivo (una partita giocata sotto ritmo con poca lucidità ed efficacia) trova un bel tiro, ma la palla si stampa sul palo. Il mezzo favore arbitrale arriva anche al contrario per il pari dell’Italia: trattenuta su De Rossi che si lascia un po’ andare. Rigore e Iaquinta batte Paston. Da lì in avanti è un assedio sterile degli azzurri nonostante i tanti cambi di Lippi che evidentemente è consapevole delle difficoltà della sua squadra. Nell’intervallo dentro Di Natale e Camoranesi per un irriconoscibile Gilardino e il solito generoso (ma impalpabile) Pepe.
Il capocannoniere del campionato è impreciso e molle, Camoranesi ci prova, ma appare più uno dei quegli ex giocatori delle amichevoli per over 45 che fanno divertire il pubblico, peccato che giochi contro avversari scarsi ma che ci mettono tutta la convinzione e la freschezza atletica. Lippi manda in campo anche Pazzini per Marchisio (ancora deludente, non è un ala e non è un trequartista, bisognerebbe capirlo prima o poi), ma il Pazzo non avrà molti palloni giocabili da lì alla fine e non darà grosse soddisfazioni quando chiamato in causa.




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L’Italia sta pareggiando 1-1 alla fine del primo tempo contro gli all whites. Ad andare in vantaggio sono stati i neozelandesi dopo 7 minuti con Smeltz che ha approfittato di una spizzicata di testa su azione di calcio piazzato di Reid. Probabilmente sul tocco di Reid l’autore del gol Smeltz era in posizione irregolare. L’Italia prova a reagire allo svantaggio e al 27′ minuto colpisce un palo con un tiro da fuori di Montolivo.
Passa appena un minuto e Smith trattiene De Rossi in area di rigore che cade a terra. L’arbitro fischia il calcio di rigore. Iaquinta lo batte e spiazza il portiere Paston. Allo scadere della prima frazione De Rossi calcia da fuori area e impegna Paston che para in modo goffo ma efficace.
1-1 a fine primo tempo. L’Italia ha assoluto bisogno di vincere.
Doppio cambio per Lippi all’intervallo. Dentro Camoranesi e Di Natale per Gilardino e Pepe




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In una lunga e interessantissima intervista a Il Giornale, l’ex allenatore della Juve Alberto Zaccheroni parla apertamente del suo scorcio di stagione coi bianconeri, un rientro nel mondo del pallone breve ma intenso. Sono dichiarazioni pacate e sobrie, come nel suo stile, ma anche molto sincere e poco scontate, merce rare nel mondo ovattato del calcio in cui spesso si dice quello che si deve dire, e non propriamente quello che si pensa. Partiamo dalla stoccata al collega José Mourinho, fino a meno di un mese fa allenatore dell’Inter:
“Lui ha sempre bisogno di trovare un nemico, se non lo trova all’esterno, lo cerca all’interno e offende, questo non mi piace. Tatticamente vale poco, mandai dei tecnici a studiarlo a Riscone, nel ritiro atesino dell’Inter. Tutte le sere mi chiamavano e mi dicevano: mister, ce ne andiamo, qui non si impara niente. Quando ha detto che l’Inter avrebbe vinto anche senza di lui ho capito che se ne sarebbe andato. Ma a Madrid farà bene, nessuno come lui sa motivare i giocatori, sfrutta il patrimonio della società, la felicità di ogni presidente“.
Poi si sofferma sulla sua esperienza piemontese, non proprio una campagna vincente: “Non mi sarei riconfermato neppure io senza il quarto posto. Eppure era già tutto fatto, mi chiedevano di rinnovare, dicevo che non avevo tempo, troppi impegni, 14 partite in 42 giorni e più della metà dei giocatori infortunati o reduci da infortuni. La svolta a Siena, 3-0 dopo pochi minuti, poi Grygera si perde Maccarone e c’è il crollo, andiamo a Londra e succede il disastro contro il Fulham. In una squadra ci vuole qualità, e c’era, gambe, e non c’erano, testa, e quella dopo Siena non c’era più.
Eravamo lì senza Iaquinta, Amauri, Buffon, Chiellini, Sissoko, Marchisio e forse ne dimentico qualcuno, quel Fulham era poco. Il primo tempo era sempre ottimo, nel secondo sparivamo. E meno male che c’era Del Piero. Lui non ha più la forza di prima ma resta l’unico che la mette dentro. L’ho usato con parsimonia, lo sostituivo, lo mettevo in panchina, mi ha sempre seguito. Non ha più i novanta minuti ma resta il migliore. E con lui mai una incomprensione, neppure quella volta del cambio con Marchisio che poi non feci, scrissero che era come Totti, decideva lui al posto dell’allenatore. Ma anche in quella occasione avevamo avuto la stessa intuizione“.
Le migliori immagini di Alberto Zaccheroni




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Sembra in dirittura d’arrivo la trattativa tra Udinese e Juventus per il passaggio dell’esterno Simone Pepe dai bianconeri friulani e quelli torinesi. Il ventisettenne centrocampista, attualmente impegnato con la nazionale di Marcello Lippi nell’avventura mondiale, dovrebbe passare al club piemontese per la cifra di dodici milioni di euro, più i prestiti di Ekdal e Immobile. Da definire solo i dettagli contrattuali con il giocatore, il cui acquisto dovrebbe essere annunciato nei prossimi giorni. Per lui intanto, arrivano le parole di apprezzamento da parte del futuro compagno di squadra, anch’egli con un passato a Udine, Vincenzo Iaquinta, che ha dichiarato a questo proposito:
Ha fatto il mio stesso percorso e sono contentissimo per lui. E’ un giocatore importante che ha fatto vedere grandissime cose con la maglia dell’Udinese. Se dovesse venire sarà per noi un giocatore importante e nel 4-4-2 di mister Del Neri ci starà benissimo. Lo aspetteremo tutti a braccia aperte. Simone è un ragazzo in gamba che si mette sempre a disposizione dei compagni.
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Si spengono i riflettori a San Siro: ultima partita stagionale nell’impianto milanese, il Milan ha battuto la Juve con lo stesso risultato dell’andata e cioè un implacabile 3-0. Nella sera degli addii, il pubblico di fede rossonera ha omaggiato il partente Leonardo con cori, striscioni e applausi, ma tributo anche per Favalli e Dida, entrambi sostituiti nella ripresa tra l’ovazione dei supporters. Per la Juve, invece, ultima apparizione in maglia bianconera per molti, ma nessuno (a parte Zaccheroni) in maniera ufficiale: Buffon, Grosso, Cannavaro, Camoranesi, tutti giocatori che probabilmente salutano stasera la Vecchia Signora. Per la mera cronaca, gol di Antonini nel primo tempo e doppietta di Ronaldinho, un gol per tempo per il brasiliano (Tabellino di Milan - Juve 3-0 - Video di Milan-Juve 3-0).
Ci si aspetterebbe un briciolo di orgoglio dagli ospiti, che effettivamente partono bene e molto volenterosi; Candreva al centro del campo appare ispirato, Iaquinta è affamato di gol e Salihamidizic una spina nel fianco non di poco conto. Ma vige l’imprecisione, quindi a un palleggio sufficiente non corrisponde una concretizzazione adeguata, con Iaquinta che si divora un gol a tu per tu con Dida e i suoi compagni, incluso Del Piero, che arrivano al tiro anche con facilità, ma non inquadrando mai lo specchio. E il Milan? I padroni di casa ci sono, sanno che la retroguardia avversaria ha limiti notevoli (a proposito 56 gol subiti, record negativo come nella disastrosa stagione del 61/62) e quando mettono il naso nella tre quarti bianconera sono più che temibili.

Curiosa e poco edificante avventura di cui si è reso protagonista David Trezeguet. Ai poliziotti, che lo avevano fermato in auto, ha detto prima di essere Vincenzo Iaquinta e poi Alessandro Del Piero, suoi compagni di squadra. La vicenda, riportata oggi da alcuni quotidiani e finita ieri in Tribunale, risale al febbraio dello scorso anno. Il bomber si trovava nel centro di Torino su una Bmw, guidata da un amico (Christian Luis Amodeo, argentino di 32 anni), che non si è fermata all’alt della polizia. Dopo un breve inseguimento e il controllo degli agenti. “Patente e documenti“, l’autista, risponde dicendo di essere il segretario del calciatore, seduto al suo fianco. “Non potete chiudere un occhio?“, la richiesta.
I poliziotti fanno correttamente il loro lavoro e, siccome ha “l’alito vinoso, il tono della voce tendente verso l’alto, il linguaggio non uniforme, una disarmonia nei movimenti e rifiuta l’etilometro“, ritirano la patente e sequestrano l’auto dell’autista. Poi si occupano del calciatore, che non ha con sè i documenti. Trezeguet è sprovvisto di documenti e si presenta come Vincenzo Iaquinta e poi come Alessandro Del Piero. Infine: «Mi chiamo Trezeguet, sono nato a Buenos Aires, il 15 novembre del ‘76». Falso. Gli agenti scoprono subito che il calciatore è nato a Rouen, in Francia, il 15 ottobre 1977. Denuncia inevitabile per false generalità.



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Venti gol in trentotto partite disputate tra Liga e Champions League evidentemente non sono bastate a Joan Laporta, che non è contentissimo di Zlatan Ibrahimovic. Anzi, pare che il numero uno del Barcellona abbia deciso di metterlo in vendita; nessuna asta, semplicemente il primo che busserà alla sua porta con 45 milioni di euro o, in alternativa, 40 milioni di sterline si aggiudicherà lo svedese. Eppure l’ex interista non è andato malaccio alla sua prima esperienza in Spagna: l’exploit all’Emirates contro l’Arsenal (doppietta nei quarti d’andata di Coppa Campioni) è stata merce rara vista la sua abulia passata in campo continentale, così come i 16 centri in campionato non sono poi così malaccio.
Ma ha sbagliato troppi gol, ne ha fatti pochi davvero pesanti e non è mai riuscito ad integrarsi nel gioco veloce e zeppo di verticalizzazioni e cambi di passo dei blaugrana, così che la dirigenza catalana ha francobollato il maxi acquisto della scorsa campagna acquisti come un “errore di valutazione“. In altri termine, non è andata male, ma a noi serve effettivamente altro: ecco allora che è praticamente ufficiosa la notizia che porta dritto dritto al Camp Nou David Villa, punta spagnola negli ultimi anni chiaramente sugli scudi con la casacca del Valencia. Così Laporta avrebbe ingaggiato l’agente ed amico Pini Zahavi per far decollare la trattativa in terra d’Albione.

Se non arriva, e al più presto, il nuovo ds Beppe Marotta (per l’ufficializzazione in bianconero dell’uomo di mercato sampdoriano bisognerà, gioco forza, attendere la fine del campionato), lo scenario in casa Juve rimarrà, e sarà destinata a rimanere, nebulosa: l’ingaggio dicembrino di Bettega non ha regalato idee particolarmente brillanti nella mente della dirigenza della Vecchia Signora, e anche i movimenti primaverili sul mercato (volti a programmare la stagione del rilancio, la prossima, l’ennesima) paiono dettati dall’istinto più che da un piano ben preciso. Rafa Benitez: avvicinato in inverno, inseguito un mese fa, messo alle strette di recente.
Ecco l’emblema di una strategia, quella juventina, che non ha radici piantate in un calcolo a monte: lo spagnolo vuole milioni su milioni, uno staff corposo e la possibilità di fare la stragrande maggioranza del mercato. La Juve nel frattempo si assicura un direttore sportivo come Marotta, ha da ridire su qualche uomo di troppo dell’allenatore del Liverpool e i conti non tornano quando sul piatto il trainer iberico mette postille, clausole e buonuscite: poi ieri il suo incontro col nuovo proprietario del Liverpool, di pochi minuti fa la telefonata dal Merseyside al Piemonte: “Pronto? Sono Benitez. No grazie, alla Juve non vengo“. Un rifiuto che era nell’aria e che dimostra quanto sia ai minimi storici l’appeal della società di Corso Galileo Ferraris.