Vent’anni fa moriva Geatano Scirea, campione vero il cui ricordo è sempre vivo

Sono passati vent’anni da quel maledetto 3 settembre del 1989 in cui Gaetano Scirea, ex libero, capitano e bandiera della Juventus morì a causa di un incidente automobilistico su una strada polacca. All’epoca si era da poco ritirato dal calcio giocato e rivestiva il ruolo di allenatore in seconda per i bianconeri al fianco del


Sono passati vent’anni da quel maledetto 3 settembre del 1989 in cui Gaetano Scirea, ex libero, capitano e bandiera della Juventus morì a causa di un incidente automobilistico su una strada polacca. All’epoca si era da poco ritirato dal calcio giocato e rivestiva il ruolo di allenatore in seconda per i bianconeri al fianco del suo grande amico e compagno di mille battaglie Dino Zoff. La Juve doveva affrontare in Coppa Uefa il Gornik Zabrze, avversario modesto per il quale Zoff non riteneva ci fosse bisogno di un attento studio, l’ordine della trasferta polacca arrivò invece dall’allora presidente Giampiero Boniperti.

La notizia della morte di Scirea sconvolse l’Italia del pallone e non solo, a darla, in diretta nazionale, fu Sandro Ciotti durante la Domenica Sportiva (guarda il video), lo studio era scioccato, Marco Tardelli, ospite della puntata, fu vittima di un malore. Nell’incidente morirono insieme all’ex giocatore altre due persone, la traduttrice che lo accompagnava e l’autista, autore del fatale sorpasso azzardato, si salvò soltanto il dirigente dei polacchi seduto al posto anteriore del passeggero. La macchina prese fuoco anche a causa di alcune taniche di benzina che trasportava. Quel giorno non è morto soltanto un ex campione della Juve e della nazionale, ma anche un uomo le cui doti morali erano riconosciute da tutti, indistintamente dalla fede calcistica. In tal senso è toccante l’articolo di Gianni Mura datato 5 settembre 1989.

Scirea arrivò alla Juventus dall’Atalanta nella stagione 1974/75, aveva appena ventuno anni, e doveva essere la riserva del più esperto Sandro Salvadore. In quel campionato finì per disputare 28 delle 30 partite in calendario. In quindici anni di bianconero ha vinto tutto quello che c’era da vincere indossando, dopo il ritiro di Furino ma di fatto già prima, la fascia di capitano. Scirea era un libero, quando ancora quel ruolo era di vitale importanza, secondo l’opinione di molti il migliore di tutti i tempi o almeno sullo stesso livello di altri due grandissimi come Beckenbauer e Franco Baresi. Regista impeccabile della difesa, prezioso in fase di costruzione e di ripartenza, riusciva anche a diventare micidiale nelle sue per niente rare sortite offensive.

Luigi Garlando, in occasione del decimo anniversario della sua morte, scrisse così di lui sulle pagine della Gazzetta dello Sport: “E invece nessuno è stato grande come Gaetano, perché gli altri, compresi i sommi Beckenbauer e Baresi, erano difensori che avanzavano, lui era difensore in difesa, centrocampista vero a centrocampo, attaccante vero in attacco. Era unico”. A sostegno di questa idea ci sono i numeri del giocatore, 32 reti tra club e nazionale, una cifra di tutti rispetto per uno il cui compito era quello di stare dietro a interpretare il ruolo di ultimo baluardo. Sua è la discesa con tanto di dribbling e tacco contro la Germania da cui nacque l’assist per lo storico, per noi italiani, gol di Marco Tardelli in finale nell’82.

Ma Scirea non era solo una grande campione, era forse prima di tutto una persona speciale. Il suo carattere pacato lo ha tenuto sempre al di fuori di ogni polemica. Con lui i giornalisti non hanno mai potuto sperare in un titolone, mai una polemica, sempre parole intrise di tanta saggezza. L’uomo e il giocatore erano però indissolubili, il suo temperamento mite si rifletteva anche in campo, nella sua carriera non è stato mai espulso e non ha mai subito una squalifica, roba da non crederci. Zoff, in un’intervista rilasciata a Repubblica in questi giorni, ha detto che di Scirea gli mancano soprattutto i silenzi, lui un altro taciturno che con Gaetano ha condiviso per anni, sia alla Juve che in nazionale, la camera d’albergo.

L’esempio di Scirea è riuscito a superare i confini mortali dell’esistenza umana, ancora oggi il suo nome è associato al fair play e non sono pochi i campioni che dicono di usarlo come punto di riferimento. Bearzot, alla sua morte, propose di ritirare la maglia numero 6, cosa dura nel calcio moderno e infatti quello che fu il numero di Scirea è poi stato indossato molte altre volte tanto in azzurro quanto in bianconero. Il neo acquisto Fabio Grosso ne è l’ultimo erede a Torino, nel commentare la sua scelta è stato inevitabile per lui esprimere l’orgoglio e l’onore nel dover indossare quella casacca così pesante, da un campione del mondo ad un altro. E da un campione ad un altro, da una bandiera ad un’altra, si passa quando si parla di Scirea con Alessandro Del Piero.

Il capitano della Juve dal difensore ha ereditato tutto, la fascia, l’affetto e la stima dei tifosi, il record di presenze festeggiato proprio con una maglia di Scirea donatagli dalla signora Mariella, sua moglie, e dal figlio Riccardo con cui Alex è molto amico. La famiglia Scirea, orfana di Gaetano, ebbe un ruolo fondamentale nell’inserimento del giovane Alessandro a Torino, spesso il ragazzino era a cena da loro e nei primi mesi nella sua nuova città Mariella fu una seconda mamma per colui che sarebbe diventato forse il giocatore più rappresentativo di sempre della Juventus.

Oggi il ricordo di Scirea resta nei nomi delle strade a lui intitolate, nel nome della curva bianconera, non sempre memore del fair play del giocatore, in decine di fan club e tornei,compreso il memorial che porta il suo nome a Cinisello Balsamo, suo paese d’origine. Ma il vuoto lasciato non si potrà colmare, sono passati vent’anni ma nella memoria dei tifosi Scirea è come se non fosse mai andato via. Oggi avrebbe avuto 56 anni, magari sarebbe stato un allenatore di successo, questa era la strada che aveva scelto, sicuramente in questo calcio spesso volgare e strombazzante la sua voce sarebbe stata fuori dal coro, Gaetano Scirea ancora oggi sarebbe stato un modello di correttezza e di non banalità. Più dei numerosi trofei vinti è questo il suo miglior successo, resistere all’oblio del tempo per l’uomo che è stato.