La tragedia di Haiti: il calcio italiano si mobilita

Povera Port-Au-Prince, anzi poverissima: la capitale haitiana faceva i conti da tanto, troppo tempo, con la disorganizzazione e la corruzione, e poi fame e la morte lì, dietro l’angolo, ogni giorno. I vicini dominicani, stessa isola Hispaniola approdo di Cristoforo Colombo cinque secoli fa, un po’ se ne dispiacevano, a loro il turismo e una


Povera Port-Au-Prince, anzi poverissima: la capitale haitiana faceva i conti da tanto, troppo tempo, con la disorganizzazione e la corruzione, e poi fame e la morte lì, dietro l’angolo, ogni giorno. I vicini dominicani, stessa isola Hispaniola approdo di Cristoforo Colombo cinque secoli fa, un po’ se ne dispiacevano, a loro il turismo e una storia dignitosa, ai cugini di origini francesi povertà e disoccupazione. Haiti? E’ il paese più disastrato del mondo occidentale, queste le parole quando si nominava lo stato caraibico: circondato dalla Giamaica, da Cuba, dalla Repubblica Dominicana, eppure solo, solissimo. Quando si dice, piovere sul bagnato: un terremoto di proporzioni immani ha raso al suolo quel briciolo di speranza di un popolo già stanco. Perché proprio a loro?

Port-Au-Prince è per il 20% distrutta, le cifre di qualsiasi genere fanno rabbrividire: i morti, i senzatetto, la magnitudo del terremoto, la mole quasi inimmaginabile di lavoro che il mondo, tutto quanto, dovrà sobbarcarsi per dare una mano. Il calcio italiano è intervenuto: questo week-end su tutti i campi di tutti i campionati, compresi quelli giovanili, si osserverà un minuto di silenzio. Doveroso, sentito, commovente. Ma la FIGC ha anche annunciato che stanzierà 100mila euro a favore delle popolazioni terremotate, per le prime operazioni di soccorso e assistenza. Ma non è tutto perché anche l’AIC, l’associazione dei calciatori professionisti, ha fatto un passo solidale verso gli haitiani: aperta una sottoscrizione tra tutti i calciatori per raccogliere fondi, tramite bonifico bancario. Solidarietà: una parola. Servono i fatti.

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