Ibrahimovic è a secco di gol, ma è felice: "Grazie a Guardiola, tutta un'altra storia rispetto a Capello e Mourinho"


La psicologia dei calciatori è spesso un fattore sottovalutato: se la Lazio e la Juve stanno andando così male è perché ormai sono in una spirale al contrario, un feed-back negativo in cui più giochi male e più ti deprimi. Mazzarri, ad esempio, ha preso un Napoli col morale a pezzi, ha parlato con ognuno dei giocatori e ha accresciuto la loro autostima: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ibrahimovic è un campione, in Italia non era più felice ma rendeva lo stesso; già, ma le interviste erano sempre così istituzionali, il suo viso dopo un gol mai particolarmente esultante, il suo rapporto coi compagni ordinaria routine. A Barcellona, dopo tanti anni, si sente un calciatore felice, voglioso di andare al campo di allenamento e poi di calcare il Camp Nou.

L'intervista rilasciata al Periodico, giornale catalano di politica, è qualcosa di sfiziosissimo. Il fuoriclasse svedese parla della sua nuova vita come mai lo aveva fatto, sottolineando sin dall'inizio come non sia un problema questo digiuno da gol: "Non sono preoccupato, mi è già successo altre volte, all’Ajax, alla Juventus, all’Inter: comincio bene, poi mi fermo, poi riparto: un po’ come sulle montagne russe. Sono un 9, è importante segnare, ma non è tutto o almeno non è tutto per me. Se partecipo al gioco e faccio un assist a un compagno mi sento bene lo stesso". La sua serenità passa anche dal rapporto che ha sin da subito instaurato col suo allenatore, il giovane e brillante Sep Guardiola. Ibra lo descrive così.

"Qualche giorno fa mi ha invitato a cena, mi ha sorpreso per il modo, spontaneo e semplice. È la prima volta che mi succede, in tutta la carriera. Mi ha chiesto se sto bene, se sono felice, se mi sento a mio agio, se la mia famiglia si è adattata, se ho bisogno di qualcosa. Pep ha un’idea: se sei felice, in campo rendi di più. È stato molto bello. In Italia hanno voluto imitare il modello Guardiola ma non è tanto facile. Pensa come un calciatore, è molto attivo, partecipa tanto agli allenamenti. In passato ho avuto tecnici più passivi, gente più abituata a comandare che a spiegare le cose. Pep non è un poliziotto che da ordini, un dittatore che impone obblighi. È più un professore didattico che istruisce. Capello, Mancini, Mourinho non erano così attivi. Capello e Mourinho ti spiegavano le cose con una lavagna, il mister entra in campo. È stato un grande giocatore e sa ciò che pensa un calciatore. Vive per il calcio, 24 ore al giorno".

La classica domanda sul calcio italiano e le differenze con la Liga:

"In Italia ti si presentano 3-4 occasioni in una partita e devi essere pronto a non sbagliare. Puoi restare 80 minuti senza toccare una palla ma sai che alla fine un’occasione arriverà. E non la devi fallire perché ti giudicheranno in base a quella palla. Per questo durano tanto e sono tanto considerati attaccanti come Inzaghi e Trezeguet: gente capace di segnare con un solo pallone giocabile. Qui al Barça invece mi sembra di essere tornato ai tempi dell’Ajax. In Italia il gioco non interessa, li serve un 1-0, non conta niente altro che la vittoria. E se uno pensa a giocar bene ti dicono: ‘Hai giocato bene, però non ha vinto niente, eh?’. Per loro non conta il buon calcio. All’Ajax vincevi 1-0 e la gente ti fischiava. ‘Come è possibile?’ mi chiedevo. Perché la gente vuole buon calcio, spettacolo".

Un elogio finale ai suoi compagni, allo spoglatoio dei blaugrana: "L’ambiente dello spogliatoio è ottimo. Lo era anche a Milano però di qui mi piace la mentalità: arrivi al campo e vedi Xavi, Messi e Iniesta che prendono il pallone e cominciano a giocare. In Italia aspettavi l’arrivo dell’allenatore chiacchierando, seduto in panchina. Qui mi sembrano come i ragazzini alla ricreazione, sono sicuro che se dovessi chiamarli in mezzo alla notte per una partitella verrebbero tutti: non è solo che vogliono giocare, è che si divertono".

  • shares
  • Mail
20 commenti Aggiorna
Ordina: