Roma, Ranieri si gode la sua squadra: "Ma dobbiamo rimanere realisti"


Ammettiamolo: Claudio Ranieri ci sa fare. Senza proclami, abbassando la testa quando è il caso, col petto tronfio in altre circostanze. Ha allenato in tre campionati diversi, i più prestigiosi del mondo, lasciando sempre una traccia, a volte profondissima, altre meno. Ha conosciuto decine di realtà diverse e centinaia di giocatori, partendo dalla gavetta: "I big in C non andavano, portai il Cagliari fino alla A. Come ex buon giocatore di A ma non un campione, la gavetta ho dovuto farla per forza. Ma non ho invidia per chi la gavetta, come Mancini, Guardiola, Ferrara, Leonardo non l'ha fatta: erano campioni, giusto avessero la possibilità". Questo un piccolissimo stralcio della bellissima intervista rilasciata dal tecnico della Roma a Fabrizio Bocca de La Repubblica.

E' un Ranieri sognatore, ma che però poi si morde la lingua e predica calma. Bastone e carota alle aspirazioni, quelle che ha sempre avuto. Voglia di grandeur, sempre sul podio, mai sul gradino più alto. E allora dall'esperienza impara, e mette il freno a questa Roma che corre velocissima: "Non mi faccio coinvolgere nell'emotività. L'Inter ha un altro passo: ha investito negli anni, ora investe e raccoglie bene, e ripetersi non è facile. La Roma fa contenta la gente, in mezzora finiscono i biglietti per Firenze, si sogna: ma non abbiamo fatto nulla. Se saremo tra le prime 3 festeggerò, prima no. Penso a Palermo, Coppa Italia ed Europa League: lavorare e mantenere l'equilibrio dunque. Spesso chiedo ai ragazzi: ricordate le bombe carta dentro Trigoria alle due di notte?".

Lui sta riuscendo a infrangere uno dei detti più popolari, quel "nemo profeta in patria" che all'allenatore testaccino proprio non si confà: "Partii 35 anni fa. Non mi pare vero lavorare dove vivo, anche se al mattino esco e ci metto un'ora a venire a Trigoria". E' un uomo sereno, navigato, che non si lascia perplimere facilmente; la brusca interruzione con la Juve lo colpì ma solo un po', giusto una scalfitura: "A me le cose non andarono male. Due stagioni magnifiche, a me parlarono di 5 anni, il primo forse illuse tutti. Ero amareggiato perché qualcuno non ha saputo riconoscere il mio lavoro. Ma forse ora l'avrà riconosciuto. Ma non importa: quando si chiude una porta magari si apre un portone, non pensavo fosse quello di San Pietro". Vecchia canaglia Ranieri, lui che ha ancora l'entusiasmo dei primi tempi.

"Allenerò fino a quando mi divertirò e conserverò un buon rapporto con i giocatori. Ammiro la vitalità del Trap. Mou ha detto che ho 70 anni, per cui mi tocca arrivarci, no?". E come dargli torto. Lui che si vede in futuro, ma lontano, su una panchina di una nazionale, lui che è diventato un allenatore internazionale prima di tutti gli altri, lui che ha preso una Roma in balia di se stessa plasmandola con maestria, rendendola sicura, di cemento armato. Lui che ama fare il pompiere e spegnere le fiamme dei facili sognatori: "Scudetto in due-tre anni? Sarebbe un guaio non sognare. Poi c'è la realtà. La forza dei soldi è importante. Vincere è questione di forza economica e dettagli: essere furbi, estrarre il 100% da tutto". Daje Claudio!

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