Un altro giovanissimo talento sboccia in Francia. E in Italia?

Si chiama Karim Benzema e, oltre a essere l’attaccante che con una doppietta ha permesso al Lione di superare il Nizza in rimonta (4-1) e issarsi al comando della Ligue 1 francese con la terza trasferta vittoriosa consecutiva, è l’ennesimo giovane talento che il calcio europeo ha sfornato in questo prolifico inizio di millennio. Benzema,

di mattia

Si chiama Karim Benzema e, oltre a essere l’attaccante che con una doppietta ha permesso al Lione di superare il Nizza in rimonta (4-1) e issarsi al comando della Ligue 1 francese con la terza trasferta vittoriosa consecutiva, è l’ennesimo giovane talento che il calcio europeo ha sfornato in questo prolifico inizio di millennio. Benzema, classe 1987, è infatti giunto alla terza segnatura in quattro gare di campionato, iniziate sempre in panchina, e potrebbe essere l’attaccante da oltre venti gol che il Lione sta cercando (si parla di Trezeguet) per presentarsi competitivo al via della Champions League, dopo che cinque titoli francesi consecutivi hanno ormai saziato la fame di successi interni.

Il diciottenne francese è un altro teenager dal futuro assicurato che si va ad aggiungere alle giovani stelle che si sono messe in mostra nell’ultimo Mondiale, in primis, e nelle recenti edizioni di Champions League e campionati nazionali, e va a rimpolpare quella generazione di fenomeni della leva calcistica del 1987 cui, prima o poi, Francesco De Gregori dovrà pure dedicare una canzone.
Dal predestinato Leo Messi ai piedi d’oro di Cesc Fabregas, da Alexandre Song (Arsenal) ai nostri inglesini Giuseppe Rossi e Arturo Lupoli , fino a Daniele Dessena e Aleandro Rosi. Minorenni d’assalto che confermano una tendenza in voga già da qualche tempo non solo tra le piccole società, ma anche (soprattutto) tra i club più blasonati d’Europa che ormai seguono la strada tracciata dall’Arsenal che, grazie anche alle sue società satellite, ha costruito la rosa più giovane dell’intera Champions League con potenziali campioni, oltre ai citati Fabregas e Song, come Abou Diaby (1986), Philippe Senderos (1985), Mathieu Flamini (1984), José Antonio Reyes (1983), Robin van Persie (1983), Emmanuel Adebayor (1985) e quel Theo Walcott (1989), addirittura convocato da Eriksson per il Mondiale di Germania con i suoi soli 17 anni e senza neanche una presenza in Premier League. D’altra parte l’Inghilterra vanta una certa tradizione in fatto di attaccanti precoci, basti pensare a Michael Owen (titolare a Francia 1998 a soli 19 anni) o a Wayne Rooney, di cui si sente parlare da tanto tempo da farlo sembrare un veterano, mentre invece è del 1985!

Così altri club di Premier League stanno iniziando a seguire la politica dei Gunners. Se il Manchester United non ha più sfornato nidiate di talenti come quella dei primi Anni Novanta (i due Neville, Beckham, Scholes, Butt, Giggs…), sceglie di cercarseli già fatti e quasi formati (Rooney e Rossi appunto), mentre il Liverpoool, con Daniel Agger (difensore danese, classe 1984, già decisivo in Premier League) e Momo Sissoko (1985), cerca talenti battendo rotte meno conosciute e lo stesso Chelsea cattura i giovani migliori, come Arjen Robben e Robert Huth (entrambi 1984) a suon di milioni di sterline.

E il resto d’Europa si adegua: il Bayern Monaco, per esempio, sta seguendo un processo di svecchiamento, con gli ingaggi di Bastian Schweinsteiger (1984), Lukas Podolski (1985) e Philipp Lahm (1983), di cui si è giovata anche la Nazionale di Klinsmann; così come Marco van Basten ha imposto un rinnovamento alla nazionale Orange che lo porterà a essere competitivo già dai prossimi Europei, ora che ha messo sulla rampa di lancia anche il talento di Klaas Jan Huntelaar (1983). Mentre La Spagna, oltre a Fabregas, ha lanciato el niño Fernando Torres (1984) e Andrés Iniesta (1984) e Sergio Ramos (1986), che dimostrano come anche Real Madrid e Barcellona non si limitino alle superstar o alle scoperte estemporanee come quella di Messi (1987). La stessa Francia, “nazionale di vecchietti”, ha comunque lanciato in pianta stabile Franck Ribéry (1983).

E in Italia? In Italia vige la regola del “primo: farsi le ossa”, in ossequio a un malinteso bisogno di maturare, magari facendosi prendere a calci sui campacci di C2. Nella rosa dei campioni del mondo, l’unico giocatore eleggibile per l’Under 21 era Daniele De Rossi, ampiamente sotto la media di tutte le altre nazionali; in Portogallo Trapattoni non volle portare Alberto Gilardino (allora ventiduenne) considerandolo ancora acerbo; per trovare un titolare under 23 nei top team della Serie A, bisogna tornare ancora una volta alla Roma e a De Rossi. I nostri migliori 1985 (per non parlare dei più giovani!) si dividono tra tribuna, panchina e Serie C mentre i coetanei giocano titolari in Champions League.

E questo non da oggi: basta ripercorre le gesta degli ultimi quattro principali talenti sfornati dal calcio italiano per rendersi conto di quanto poco si punti sui giovani in Italia. Roberto Mancini, dopo una straordinaria stagione a Bologna a 17 anni, passò alla Samp dove venne messo in naftalina da Ulivieri che quando il ragazzo gli spiego di voler giocare dietro le punte si mise a ridere (dando i primi segnali della sua effettiva competenza calcistica) e lo sistemò in panchina, dove rimase fino all’avvento di Boskov nel1986, completamente ignorato anche da Bearzot a causa di una ragazza durante un ritiro della Nazionale.
Roberto Baggio, nonostante un serio infortunio, divenne titolare in Serie A già a 20 anni nel 1987, ma in una squadra allora di seconda fascia come la Fiorentina, mentre ai Mondiali del 1990 (a 23 anni) era solo un panchinaro di lusso; Alessandro Del Piero vinse il primo scudetto a 21 anni (1995), ma divenne titolare della Juventus solo la stagione seguente, dopo l’addio proprio di Baggio, e alla sua prima competizione con la Nazionale (Europei 1996), Sacchi lo impiegò poco e male (come ala sinistra), preferendogli Casiraghi, Ravanelli, Zola e Chiesa.
E infine Francesco Totti, svezzato da Mazzone a urlacci e panchina, ha faticato non poco a diventare titolare fisso nella sua Roma, nonostante l’esordio giovanissimo (16 anni e mezzo), e solo il 4-3-3 di Zeman lo consacrò definitivamente trasformandolo nell’idolo della curva giallorossa che oggi conosciamo, quando aveva già 21 anni. Ma fu comunque ignorato da Cesare Maldini per i Mondiali del 1998, tanto che disputò la sua prima competizione con la maglia dell’Italia solo a Euro 2000, a quasi 24 anni.

Tutto questo mentre Raúl diventava titolare del Real Madrid e della Spagna a soli 17 anni (tanto che oggi, a 29 anni, ci sembra vecchissimo), e lo stesso faceva Ronaldo nel Barcellona e nel Brasile (a 18 anni era nella rosa di USA 1994 ma non scese mai in campo), tanto per fare due esempi. Insomma, qual è il male oscuro che impedisce ai nostri talenti di affermarsi in tenera età? Cosa trattiene le società (e la nazionale…) dall’investire con fiducia sui nostri giovani? Fretta di vincere? Stampa pressante? Tifoserie esigenti? Qualunque sia la causa, affinché la vittoria mondiale non rimanga un fatto estemporaneo e irripetibile, bisognerà rifletterci sopra.

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