Italia eliminata, il fallimento di Lippi e il fantasma di calciopoli

Berlino, nove luglio duemilasei: l’Italia allenata da Marcello Lippi è campione del mondo 24 anni dopo il trionfo di Madrid. Il tecnico viareggino è sul tetto del mondo, la gioia dei suoi 23 gladiatori si trasferisce sulle smorfie gioiose di 56 milioni di italiani, è l’apoteosi del calcio italiano. Quattro anno fa all’Olympiastadion nella capitale


Berlino, nove luglio duemilasei: l’Italia allenata da Marcello Lippi è campione del mondo 24 anni dopo il trionfo di Madrid. Il tecnico viareggino è sul tetto del mondo, la gioia dei suoi 23 gladiatori si trasferisce sulle smorfie gioiose di 56 milioni di italiani, è l’apoteosi del calcio italiano. Quattro anno fa all’Olympiastadion nella capitale tedesca fu il canto del cigno di un nugolo di giocatori sagacemente plasmati dal tecnico viareggino, fortunato all’occorrenza ma anche abile scacchista quando si trattava di aggiustare l’alchimia di squadra a partita in corsa. Sì, fu bello, siamo stati per quattro anni i più forti, fosse solo perché gli ultimi ad alzare la Coppa del Mondo.

Johannesburg, ventiquattro giugno duemiladieci: stesso allenatore, molti degli stessi giocatori, il fallimento è totale. Senza gioco e senza idee, senza orgoglio e senza fiato, l’Italia esce mestamente al primo turno dei mondiali africani arrivando ultima nel girone più facile degli otto. Ultimi! Prima di noi il Paraguay, e poi la Slovacchia, finanche la Nuova Zelanda. Il naufragio di un calcio che in Italia è dominata dalla squadra più internazionale del mondo, uno scempio immondo le cui radici sono disseminate qua e là, dall’immediato post-mondiale 2006, passando per l’Europeo austro-elvetico, e ancora la scorsa Confederations Cup e le amichevoli di qualche mese fa.



Le foto di Slovacchia – Italia 3-2

Le foto di Slovacchia - Italia 3-2
Le foto di Slovacchia - Italia 3-2
Le foto di Slovacchia - Italia 3-2
Le foto di Slovacchia - Italia 3-2


La tragedia sportiva, paragonabile all’incredibile sconfitta contro la Corea del Nord nei campionati mondiali del 1966, non può prescindere da quel processo frettoloso e da quella piccola grande fetta di storia sportiva italiana che si chiama calciopoli: perché la storia recente della Nazionale Italiana è sempre andata a braccetto con quella della squadra più titolata del Belpease, cioè la Juve. Nel 1982 così come nel 2006, la spina dorsale azzurra aveva disseminate tinte bianconere, e anche quest’anno, al termine della stagione più nera della Vecchia Signora. Un’anziana neanche tanto arzilla smembrata da quell’uragano mediatico di calciopoli.

E poi un biennio con Donadoni in cui il rinnovamento è stato parziale e alquanto confusionario, con l’esordio ufficiale condito da una sonora sconfitta allo Stade de France contro i Bleus; quindi l’Europeo, con schiaffi dall’Olanda e san Buffon contro la Romania, salvo poi passare per il rotto della cuffia contro un’altra derelitta ormai cronica, la Francia. Fuori con la Spagna senza tirare in porta, di nuovo Lippi che sognava di fare come il Pozzo degli anni ’30, tronfio e forte di quel titolo mondiale del 2006 che pareva un ottimo biglietto da visita. Pareva: un gruppo molle e fifone, un gioco vomitevole, un ritorno che macchia una carriera. Perché la macchia.

E con la sua, di carriera macchiata, rimane indelebile in ciascun appassionato di calcio italiano una pena per una figuraccia che non pensavamo fossimo abituati a fare: noi italiani, in qualche modo, ce la siamo sempre cavata. Era la Francia che nel 2002 non passava il primo turno da campioni del mondo (e senza segnare un gol), era l’Inghilterra che non si qualificava ad Euro 2008, noi ce la cavavamo, perdinci. Quest’anno abbiamo mostrato il fianco agli sberleffi di tutti i tifosi di altra nazionalità: perché non c’è un Byron Moreno su cui far sfociare la nostra frustrazione, nessuna recriminazione. Solo una delusione, figlia della superbia lippiana e di una scuola calcio che ad oggi appare morta.

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