Buffon: “L’Italia di Prandelli è sinonimo di speranza”

In un’intervista fiume ai microfoni di Sky Sport 24 Gianluigi Buffon traccia un primissimo bilancio dell’Italia di Cesare Prandelli. Le impressioni ricavate lontano dal campo sono positive e Buffon, pur mantenendo come sua abitudine i piedi ben saldi a terra, elogia il gruppo dell’ex tecnico della Fiorentina. Di seguito l’intervista completa del numero uno della

di antonio


In un’intervista fiume ai microfoni di Sky Sport 24 Gianluigi Buffon traccia un primissimo bilancio dell’Italia di Cesare Prandelli. Le impressioni ricavate lontano dal campo sono positive e Buffon, pur mantenendo come sua abitudine i piedi ben saldi a terra, elogia il gruppo dell’ex tecnico della Fiorentina. Di seguito l’intervista completa del numero uno della Juventus e della Nazionale Italiana:

Come hai visto l’Italia nelle prime due partite di qualificazione a Euro 2012?
«È stato un inizio sorprendentemente e inaspettatamente bello perché, al di là dei risultati e degli avversari, trovare una squadra che ha dato certe risposte è stato molto importante. Mi sembra che anche l’opinione pubblica e i media, dopo l’era Lippi, vedano di buon occhio questa nuova squadra e questa nuova gestione che credo piaccia un po’ a tutti».

Come potremmo definirla l’Italia di Prandelli?
«L’Italia della speranza perché ci sono tanti ragazzi nuovi, tanti giovani, e il giovane è sinonimo di speranza, la speranza che si possa anche ricostruire un rapporto idilliaco e molto stretto con i tifosi e che la gente possa sentire propria questa Nazionale. Questo è quello che ci auguriamo».



Qual è stato il cambiamento principale nel passaggio da Lippi a Prandelli?
«Il cambiamento primario sta nella chiamata di molti giocatori che prima non venivano convocati. Questo stravolgimento penso fosse anche inevitabile dopo un Mondiale fatto in maniera deludente e dopo un 2010 che aveva denotato che eravamo in una situazione di chiara difficoltà. Prandelli raffigura la serenità in persona e la concretezza. Avendo rilevato una Nazionale che veniva da un periodo un po’ convulso, queste erano caratteristiche fondamentali per un allenatore che doveva prendere l’eredità di Lippi».

Qual è la prima cosa che ti ha colpito dell’Italia di Prandelli?
«Mi è rimasto impresso il primo tempo con l’Estonia, nel quale ci portavamo ancora appresso i fantasmi del Mondiale. Ho visto una squadra un po’ impaurita che però, una volta subito il gol e dopo essersi chiarita e spronata negli spogliatoi, nel secondo tempo ha dato prova di essere una squadra che non ci sta a perdere e che ha tuttora delle energie e una forza morale importanti per poter dire la sua».

In cosa si può già vedere la mano di Prandelli?
«È un po’ presto. Sicuramente in queste due partite ha provato dei moduli tattici e dei giocatori che prima non venivano convocati spesso. Di nuovo c’è quindi la scelta dei singoli che vanno in campo».

La novità più grande è Cassano. Te lo aspettavi così cambiato, incisivo e determinante?
«Io penso e mi auguro che sia rimasto più o meno lo stesso. Alla fine la sua forza è sempre stato il suo modo di proporsi, gioviale e scherzoso. È chiaro che se si parla di due o tre anni fa, e precedentemente, aveva degli atteggiamenti in campo sbagliati, come ha riconosciuto anche lui in un’intervista molto recente. In questi ultimi due anni è sicuramente maturato molto, credo che certe scoppole gli siano servite e che dentro di sé abbia una grandissima voglia di recuperare il tempo perduto. Credo che la molla principale, in lui, sia stata quella di aver capito di aver buttato via tanto tempo. Uno con le sue qualità è innegabile che potesse e dovesse fare di più. E fin quando non se ne sarebbe convinto lui, non sarebbe mai arrivato questo cambiamento. È stata una sua presa di coscienza molto sincera e lineare e anche questo fa capire come il Cassano-uomo sia maturato e cambiato in meglio, non stravolto, altrimenti non ci piacerebbe più».

È stato un errore non convocare Cassano in Sud Africa?
«Col senno di poi i discorsi e le risposte vengono fin troppo lineari e facili. Credo che dietro a quel tipo di scelta ci sia stata una presa di posizione coerente di Lippi. Voleva premiare chi aveva partecipato costantemente al suo ultimo bienno e i giocatori che probabilmente riteneva più duttili, sperando che poi la compattezza del gruppo facesse il resto. Poi, alla fine, non è stato così».

In attesa di Buffon e per il dopo Buffon, meglio Sirigu o Viviano?
«Sinceramente, anche in mia assenza credo che l’Italia sia realmente a posto. Sirigu viene da un campionato strepitoso, è giovane e sta facendo bene. Viviano, ugualmente, l’anno scorso ha fatto cose eccellenti. Poi, siccome nel calcio si fa presto a scordarsi di tutti, credo che anche portieri come Marchetti, Abbiati, Amelia non vadano dimenticati. Lo stesso De Sanctis, a Napoli, sta facendo molto bene. Anche Storari, perché l’anno scorso, i sei mesi alla Sampdoria e i due precedenti al Milan, li ha fatti da grande portiere. Anche in mia assenza, dunque, credo che l’Italia non abbia nessun tipo di problema-portieri».

È vero che non hai visto la papera di Sirigu contro l’Estonia?
«Stavo guardando la partita, c’era il bimbo a letto che mi chiamava e sono andato da lui. Quando sono tornato davanti alla tv e ho visto che l’Italia era in svantaggio, mi è sembrato tutto molto strano. Al di là di quello che i giornali e i media possono dire, Sirigu non è stato impeccabile ma non è stata nemmeno una papera. Era un tiro difficile, perché si è visto che il pallone ha cambiato traiettoria. L’unica sfortuna che ha avuto è che il pallone sia finito sui piedi dell’avversario».

Ancora su Viviano. Ha detto che non vi siete sentiti prima della partita. È così?
«Non ci siamo sentiti però l’anno scorso, dopo Bologna-Juve abbiamo parlato tanto. E’ un ragazzo molto simpatico, estroso, per certi aspetti mi ricorda quando ero ragazzo io, per quel modo anche un po’ sfrontato di affrontare la gara e le tensioni. E ha denotato anche nella prima partita di campionato contro l’Inter grandissime qualità».

Cosa deve fare l’Italia per qualificarsi a Euro 2012?
«Se riusciamo a trovare la continuità, l’amalgama giusto per essere squadra e riusciamo a qualificarci, sarebbe già un ottimo risultato. Abbiamo nel girone una squadra come la Serbia che ha giocatori che giocano nelle primissime squadre d’Europa e per poterli battere devi essere competitivo ed essere squadra».

Quando tornerai a giocare in Nazionale?
«La cosa principale è sicuramente ricominciare a giocare, che è la cosa più importante ed è quella che mi avvicinerebbe di nuovo e in maniera definitiva alla Nazionale. I tempi preventivati rimangono tali e quindi credo che potrei tornare ad essere disponibile per dicembre».

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