Serie A, il punto dopo cinque giornate (1).

Vincenzo Montella Tracciare un bilancio del campionato di Serie A dopo appena cinque giornate può apparire esercizio inutile e ozioso, dal momento che ogni considerazione può essere facilmente smentita o addirittura rovesciata dalle cinque giornate successive. Tuttavia, approfittando della sosta per la Nazionale, si può cercare di individuare quelle tre o quattro cose che il campionato fino qua ha detto, pronto a correggerle strada facendo, magari alla prossima sosta...
Innanzi tutto, va rilevato che questo è un campionato senza padroni. Con la Juventus in B, il Milan che (al di là del meno 8) in crisi di gol e di punti, più che di gioco, l’Inter che è la solita Inter, la classifica si è accorciata molto: nessuno ha preso finora il largo e la lotta per lo scudetto si annuncia più entusiasmante che mai. Nessun volo solitario, né un lungo duello per mesi e mesi, ma tante squadre che possono avanzare qualche chance di portarsi a casa il tricolore. Qualcuno parlerà di livellamento verso il basso (viste anche alcune figuracce in Europa) e per certi versi ha anche ragione, ma una Serie A così equilibrata è una piacevole novità cui sarebbe bello potersi abituare.
Milan e Inter, si diceva, sono probabilmente le delusioni maggiori nella parte alta della classifica. Pur imbattute, le milanesi non hanno fin qui convinto, una perché segna poco (cinque reti i rossoneri che pagano sì l’astinenza di Gilardino, ma anche quella di Inzaghi – un solo gol fin qui – di cui invece, chissà perché, non parla nessuno) e fatica un po’ ovunque: bloccata da Siena e Livorno, vittorie striminzite con Ascoli e Lazio e al Tardini, dove il Parma meritava il pareggio; l’altra perché incassa troppi gol (sette in cinque partite) e sembra incapace di gestire il vantaggio (vedi Fiorentina e Chievo), mentre una volta in svantaggio non riesce mai a rimontare fino in fondo (i pareggi con Sampdoria e Cagliari), le sconfitte in Champions League. Paradossalmente, la gara meglio interpretata è stata quella con la rivale più ostica, all’Olimpico con la Roma, ma quella bella prestazione è rimasta figlia unica. Mancini ha ragione da vendere quando dice che 11 punti dopo aver affontato tre trasferte (tra cui Firenze e Roma) sono un ottimo bottino, ma se dopo che hai espugnato Roma, fatichi col Chievo e lasci due punti a Cagliari hai vanificato ciò che hai fatto di buono. E’ come fare un break a Federer e poi perdere il servizio a zero con quattro doppi falli, per usare un’immagine tennistica. Il contraccolpo psicologico è pesante specie se vedi che chi hai appena battuto (la Roma) ti sta davanti di un punto, insieme col Palermo, rendendo praticamente inutile la tua impresa.

Dal Milan, che per organico resta la mia favorita anche adesso, mi aspettavo davvero di più. La sterilità offensiva non può dipendere solo dalla partenza di Shevchenko, forse più dalla tipologia di avversarie affrontate a San Siro dove il Milan fatica a trovare spazi anche perché la coppia Gilardino – Inzaghi non è assortita benissimo e, checché ne pensi Kakà, in certe partite sarebbe più opportuno togliere gente dall’area avversaria piuttosto cha aggiungerne. I rossoneri hanno invece dalla loro una solidità difensiva piuttosto sorprendente analizzando il reparto sulla carta (un solo gol subito, alla prima giornata), un dato forse anch’esso viziato dal tipo di avversari incontrati ma che se confermato potrebbe costituire una buona base di partenza per Ancelotti che aspirava a essere già a meno cinque dalla vetta e invece, nonostante un calendario abbordabile, è sempre a otto punti dall’Inter mentre ha aumentato di un punto il ritardo dalle prime della classe. A questo punto i fatti impongono ai rossoneri di vincere tutti gli scontri diretti con Inter, Roma e Palermo, con il corollario di lasciare meno punti possibile alle provinciali che possono diventare un serio problema per la squadra di Ancelotti.

Chi ha rispettato alla grande il pronostico sono state Roma e Palermo. I giallorossi fin qui sono la squadra che ha convinto di più, pur andando in difficoltà e perdendo in casa con l’Inter: dieci gol fatti, solo due subiti (con i nerazzurri, appunto, e uno ininfluente a Siena), ha mandato in gol mezza squadra e gestendo uomini e moduli con saggezza, Spalletti ha lanciato definitivamente Aquilani e valorizzato Rosi, con cui ha saputo sopperire quasi con nonchalance alle pesanti assenze di Mancini e Taddei, in aggiunta a Martínez e Vučinić. Ha ritrovato un Montella formato Nazionale (a proposito…) e aspetta ancora il miglior Totti: dovesse arrivare in fretta ci sarebbe spazio per sogni di gloria. Non mancano i campanelli d’allarme, tuttavia: la partita col Valencia (che però è più forte, almeno al Mestalla) e soprattutto quella con l’Empoli dove la squadra ha dato segno di una certa stanchezza; la pausa non potrà che fare bene.

La squadra di Guidolin non ha fatto che confermare da una parte l’enorme potenziale offensivo (12 gol segnati), dall’altra una facilmente prevedibile fragilità difensiva (9 gol subiti). Gran parte del primato deriva da un calendario relativamente semplice che presentava l’ostacolo Olimpico come il più difficile, superato più che altro grazie ai miracoli di Agliardi (poi smentitosi col Catania) che ha impedito alla Lazio un sacrosanto pareggio (per il resto: Reggina e Catania al Barbera; Empoli e Chievo in trasferta). Ma onore al merito perché incontrare squadre sulla carta più deboli non è automaticamente sinonimo di vittoria (Inter e Milan docent), tanto che anche i rosanero hanno lasciato i loro bei tre punti a Empoli e non hanno raggiunto quel punteggio pieno che probabilmente era nei programmi di Zamparini, calendario alla mano. L’impressione è che questo Palermo possa andare in difficoltà con le grandi se Guidolin non troverà il giusto equilibrio nell’atteggiamento tattico, ma saranno i primi scontri diretti a dire di più sulla squadra siciliana.

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