Calcio e cinema: Febbre a 90°

Dieci anni fa di questi tempi avevamo la Juventus campione d’Europa dopo la vittoria di Roma, sulla panchina dell’Inter si era seduto da qualche mese Roy Hodson e da quella del Milan si era appena alzato Fabio Capello (che poi sarebbe ritornato l’anno dopo) per far posto a Tabarez che di li a poco avrebbe

Dieci anni fa di questi tempi avevamo la Juventus campione d’Europa dopo la vittoria di Roma, sulla panchina dell’Inter si era seduto da qualche mese Roy Hodson e da quella del Milan si era appena alzato Fabio Capello (che poi sarebbe ritornato l’anno dopo) per far posto a Tabarez che di li a poco avrebbe lasciato il posto ad Arrigo Sacchi.
Ah dimenticavo, in Italia era appena arrivato un giovane francese che aveva ben figurato agli Europei e che prometteva bene, anche se in molti erano scettici perché si diceva fosse troppo lento, tanto da guadagnarsi il soprannome, dopo le prime prestazioni, di “Il bello addormentato” (per la serie quando la stampa ci vede lungo).

Questa era la situazione calcistica italiana, e nel frattempo oltre Manica avveniva per pochi intimi, la prima proiezione di Febbre a 90° (Fever Pitch) di Davi Evans, tratto dall’omonimo libro di Nick Hornby.
Il film parla di un professore inglese che mette l’Arsenal davanti a tutto e non si cura tanto delle avventure o disavventure che gli accadono personalmente ma il suo umore cambia a seconda del risultato della sua squadra del cuore.
Il film di per se non ha riscontrato ovazioni dalla critica, ma a mio modo di vedere l’autore è riuscito a trasportare al meglio e senza spendere capitali quegli stati d’animo che Hornby ha magistralmente dipinto nel libro.
Alcuni dialoghi sono eccezionali, e alcuni stati d’animo espressi dai personaggi rendono pienamente l’idea dei meccanismi mentali che accompagnano un tifoso e la sua compagna che lo osserva dall’esterno.
Febbre a 90° colpisce nel segno e va oltre nello stesso tempo.
Ora chi legge gli articoli di questo blog, e che ha la forza di sopportarci tutti i giorni, come allo stesso modo chi scrive su questo blog, non può che aver viva dentro di se quella parte infantile che accompagna Paul.
Questo film è un po’ la biografia di tutti noi che ad un certo punto siamo costretti a crescere. Nei limiti del possibile.

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