Figo è davvero bollito?

Gli anni passano per tutti, ma Luis Figo sembrava esser riuscito a trovare il modo di fermare il tempo. Lasciato libero dal Real Madrid nell’ estate del 2005, aveva accettato la scommessa di far vincere qualcosa di importante all’ Inter, prima di tornare nella amata Lisbona per chiudere una straordinaria carriera. Luis c’è riuscito perchè

Gli anni passano per tutti, ma Luis Figo sembrava esser riuscito a trovare il modo di fermare il tempo. Lasciato libero dal Real Madrid nell’ estate del 2005, aveva accettato la scommessa di far vincere qualcosa di importante all’ Inter, prima di tornare nella amata Lisbona per chiudere una straordinaria carriera.
Luis c’è riuscito perchè a poco più di un anno di distanza i nerazzurri hanno sul petto il triangolino e la coccarda tricolori, simbolo di una leadership italiana che è confermata e anzi rafforzata da quanto dimostrato quest’ anno. Poco conta che la vittoria del campionato sia giunta a tavolino: sul campo Figo dimostrò di essere non solo l’ unico fuoriclasse dell’ Inter dell’ anno passato, ma che il suo rendimento potesse essere ancora elevato per un periodo abbastanza lungo; 45 presenze in totale, 3447 minuti giocati, conditi da 6 gol.
Passò alla storia inoltre la sua pubblica denuncia dopo quell’ Inter – Juve di San Siro su quella strana visita di Moggi e Giraudo allo spogliatoio dell’ arbitro nell’intervallo: deferito e multato, dopo il deflagrare di Calciopoli esclamò sorridendo: “Rivoglio il mio dinero”. Dopo un Mondiale da protagonista, quest’ anno il Pallone d’ Oro del 2000 vive in altalena: una partita incolore e una più positiva, senza quella continuità che gli è stata tipica in carriera. Alcuni già lo definiscono bollito, ma sono sicuro che, al di là dell’ inevitabile dazio che paga alla carta d’ identità, Figo soffra per due ordini di motivi.
Il primo è relativo al problema dello smaltimento delle tossine del Mondiale, atletiche e nervose, che se si fanno sentire su calciatori giovani come Pirlo e Grosso figuriamoci su un 34enne come lui. Secondariamente è anche un discorso tattico: Mancini quest’ anno sta variando il 4-4-2 di base e ha impiegato Luis in un ruolo che gradisce ma in cui serve essere molto mobili per non finire nelle grinfie dei mastini di centrocampo avversari.
La posizione di trequartista, ruolo che divide con Stankovic, non è la migliore per lui che non può far valere la sua arma letale, ossia il dribbling e il cross a seguire, ma gli consente di essere decisivo per aprire gli spazi alle punte se le corsie esterne sono intasate. Aspettiamo prima di recitare il de profundis, anche se il ritorno di Cambiasso rischia di togliergli altro spazio: lo aspetto nel girone di ritorno, quando la volata scudetto e la Champions entreranno nel vivo e servirà la personalità dei fuoriclasse per arrivare fino in fondo.
Poi toccherà a lui decidere se restare ancora un anno o tornare a casa, lasciando magari la camiseta numero 7 a David Beckham.