Grazie capitano

La maglia azzurra è qualcosa che uno a volte se la sente addosso ancora prima di indossarla. È il sogno della vita per il 90% di tutti coloro che sin da bambini prendono a calci un pallone. È un ideale, un punto d’arrivo. E’ il massimo che un calciatore professionista possa sognare. È il trampolino

La maglia azzurra è qualcosa che uno a volte se la sente addosso ancora prima di indossarla.
È il sogno della vita per il 90% di tutti coloro che sin da bambini prendono a calci un pallone.
È un ideale, un punto d’arrivo. E’ il massimo che un calciatore professionista possa sognare.
È il trampolino di lancio per una carriera e soprattutto fa lievitare a dismisura gli ingaggi.
Negli ultimi anni abbiamo visto gente che ha rinunciato a questa maglia, gente che si è autosospesa in attesa di tempi più prolifici e calciatori che pur non avendo vinto nulla di importante in nazionale ha lasciato una traccia indelebile e alla fine si sono fermati (Maldini).
La maglia della nazionale ha dato tanto a tutti e ogni tanto capita di imbatterci in qualcuno che ha dato a quella maglia forse più di quanto ha ricevuto.
Alcuni calciatori più degli altri hanno dato a questa maglia tutto quello che avevano.
Uno di questi calciatori è il grande Giacinto Facchetti. Un capitano coraggioso, nonché un calciatore eccezionale.
Per indossare la fascia di capitano occorre essere degli uomini speciali.
Capitan Facchetti lo era e domani l’Italia calcistica lo ricorda a Bergamo.
Due immagini su tutte resteranno di Giacinto Facchetti: la stretta di mano a Pelè nella sfortunata finale di Città del Messico e le sue braccia alzate al cielo quando la sorte ci regalò la possibilità di approdare alla finale del campionato Europeo 1968, in un San Paolo che 22 anni dopo si sarebbe ripreso quello che ci aveva dato.
Nessuno ti dimenticherà mai capitano.