La storia della stella: dalla Juventus alle provocazioni di Uruguay e Dynamo Berlino

Il simbolo che celebra le dieci vittorie in campionato, nato in Italia, ha fatto il giro del mondo non mancando di scatenare polemiche come sta accadendo in questi giorni nel nostro paese.


Stella sì, stella no: sembra essere questo il dilemma che tormenta gli sportivi italiani in questo giorno. Sull’argomento si è espresso il capitano dell’Inter Javier Zanetti, gli ha fatto eco il suo presidente Massimo Moratti definendola “una provocazione” e addirittura si è scomodato anche il numero uno della Figc Giancarlo Abete che ha preferito prendere tempo, aspettando magari che si sappia qualcosa di più dal campionato. Ma la stella, ornamento dei club di mezzo mondo e delle nazionali più nobili ha diviso tifosi e club un po’ in giro per il mondo e non è la prima volta che si scatenano diatribe su questo piccolo riconoscimento da cucire sulle magliette.

Come ormai già sappiamo la paternità di questo riconoscimento è proprio della Juventus che nel 1958, allorché conquistò il suo decimo titolo, decise di impreziosire la sua araldica proprio con l’aggiunta di una stellina d’oro a cinque punte, prima nessuno ci aveva mai nemmeno pensato. Ai bianconeri hanno fatto seguito Inter e Milan, rispettivamente nel 1966 e nel 1979, la risposta torinese è arrivata nel 1982 con il ventesimo scudetto. Ora l’argomento è ritornato d’attualità per le dinamiche che ben conosciamo e di sicuro potrebbe far discutere anche un’eventuale stella d’argento dal momento che la Juventus proverà contro il Napoli a vincere la sua decima Coppa Italia, sarebbe la prima squadra italiana a centrare questo obbiettivo.

Varcando i confini della penisola scopriamo però che anche altri paesi, seguendo il nostro esempio, hanno introdotto le loro stelle e spesso non sono mancate le polemiche. Nel 1970 il Brasile decise di apporre tre stelle d’oro sul suo stemma dopo la conquista del terzo mondiale, ma già in precedenza qualche volta aveva adornato la sua maglia con una doppia stella. Nel 1982 ha seguito l’esempio l’Italia e nel 1990 la Germania; soltanto nel 1998 però la Fifa ha regolamentato la cosa decidendo che potevano fregiarsi di una stella tutte le nazionali che avessero vinto almeno un mondiale. Questa regola però non è stata seguita dall’Uruguay che di stelle ha deciso di appuntarne ben quattro, contando come titoli anche le due Olimpiadi vinte nel 1924 e nel 1928. All’epoca il torneo di calcio olimpico, inclusa l’edizione del 1920, era gestito direttamente dalla Fifa e non dal Cio, ma l’organismo mondiale lo ha sempre considerato di livello dilettantistico e il Belgio non ha seguito l’esempio dei sudamericani.

C’è da dire che infischiandone della regola Fifa anche Danimarca e Grecia, anche se non in maniera definitiva, hanno cucito sulla loro maglia una stella per celebrare le loro vittorie nei campionati Europei. Nel caso delle nazionali il regolamento Fifa parla chiaro: le squadre che hanno vinto almeno un mondiale possono celebrare il successo apponendo sulla loro maglia un simbolo che lo ricordi, senza specificare nient’altro, l’uso della stella è diventato uno standard ma nessuno vieterebbe di aggiungere una corona o magari un semplice pallino rosso. Le polemiche più accese però sono quelle che hanno riguardato il campionato tedesco.

Nel 2004 la Deutsche Fußball Liga ha stabilito che i club che avessero vinto 3, 5, 10 o 20 titoli potevano introdurre nel loro stemma una, due, tre o quattro stelle. Così vediamo che il Bayern Monaco ne ha 4, il Borussia Dortmund, il Werder Brema, l’Amburgo e altre ne hanno due e così via. Il contenzioso nacque nel momento in cui la Dynamo Berlino fece richiesta per avere le sue tre stelle per ricordare i dieci titoli vinti nel massimo campionato della Germania Est: la federazione diede risposta negativa e gli orgogliosi berlinesi proseguirono nel loro intento. Il gesto però scatenò un acceso dibattito tanto da chiamare in causa la Deutscher Fußball-Bund, la federazione che si occupa della nazionale e di tutti gli altri campionati, che stabilì che chi aveva vinto un torneo diverso dalla Bundesliga poteva fregiarsi di una sola stella con inscritto il numero di successi. Soltanto dopo due anni la Dynamo si è adeguata e ora sul petto ha cucito una stella con dentro il numero 10. A completare il quadro c’è anche il caso del Greuther Fürth che con i suoi tre titoli avrebbe diritto a una stella ma, decidendo di non adeguarsi alla norma, continua a esibire tre stelle d’argento.

Ma l’usanza della stella ha varcato i confini dei campionati nazionali, nel 1999-2000 il Manchester United ne aggiunse due al suo stemma per celebrare la seconda Champions League della sua storia; lo stesso fece il Liverpool prima con quattro e poi con cinque stelle. Nel frattempo la Uefa aveva introdotto il badge di riconoscimento per tutte le squadre che avevano vinto 5 o più Coppe dei Campioni, stesso riconoscimento spetta a chi riesce ad alzare al cielo la coppa dalle grandi orecchie per tre anni di fila. Anche in questo caso però c’è una squadra dissidente: è il Marsiglia che dal 1993 ha aggiunto una stella alla sua maglia in ricordo del suo trionfo, ricordiamo che, dopo aver vinto contro il Milan, il club transalpino fu pure sanzionato per irregolarità tanto che furono i rossoneri a partecipare alla successiva Coppa Intercontinentale.

In giro per l’Europa la “moda” della stella si è diffusa un po’ ovunque: in Turchia se ne ha diritto a una ogni cinque titoli, in Svezia, Romania, Austria e Olanda funziona come in Italia, in Francia il St. Etienne ne ha una per celebrare i suoi dieci scudetti, unica squadra che ha raggiunto la doppia cifra. Fatta eccezione per le nazionali e per il calcio tedesco, in nessun campionato la cosa è regolamentata e appare chiaro che dove si è provato a farlo sono nate le polemiche per i motivi più disparati. Tornando in Italia c’è ad esempio il caso del Casale, i piemontesi sono chiamati nerostellati da sempre, ma nel loro logo oltre alla stella che deriva direttamente dall’araldica ce n’è anche un’altra d’oro per celebrare l’unico titolo vinto nel 1914, alla quale si aggiunge il tricolore tondo che ricorda la vittoria della Coppa Italia Dilettanti del 1999.

Come si vede quindi le polemiche che in questi giorni si stanno scatenando intorno a questo piccolo simbolo che, nascendo a Torino, ha finito per fare il giro del mondo sono davvero inutili. Se la Juventus riuscirà a vincere lo scudetto sarà libera di celebrarlo nel modo che ritiene più opportuno, per gli almanacchi saranno 28, per il popolo bianconero eventualmente trenta, ma la questione è ben diversa: ogni società è libera di disegnare la sua maglia come meglio crede, da ricordare il caso del Milan che da anni si fregia di un badge che lo celebra come “Club più titolato al Mondo“, malgrado le vive proteste del Boca Juniors che sostiene di aver vinto lo stesso numero, diciotto, di trofei internazionali. Oggi la Serie A torna in campo, forse sarebbe meglio occuparsi di calcio giocato e dei problemi che pure non mancano in Italia intorno a questo sport.

Foto | © pregnantboy (Flickr)