Conte come Mourinho: mai dire che è colpa della squadra, proprio come lo Special One

Antonio Conte come Josè Mourinho: davanti ai giornalisti 'salva' sempre la squadra, che poi bacchetta in privato. Non è presunzione o incapacità di perdere.

Ho elaborato il lutto (se tale si può chiamare) di essere stati eliminati alle soglie di una finale europea che si sarebbe giocata a Torino. E ora sono di nuovo pronto a godermi i futuri successi della Juventus. Le circostanze me lo permettono: quasi come se - vedovo - trovassi la donna della mia vita al funerale della mia coniuge. Sì, perché tra meno di 48 ore (o domani se il Catania facesse il miracolo) posso godere di uno scudetto da record. Alla faccia dei gufi e di chi in queste ore ha preso in giro Conte e la Juve, quasi fosse fuori dalle prossime coppe europee o attaccato a un derby povero per conquistarsi niente di meno che i preliminari di Europa League.

Ma non è di questo che volevo parlare. Ho letto un po' dappertutto critiche feroci alle parole di Conte dopo l'eliminazione contro il Benfica. Secondo Sconcerti, il tecnico salentino non saprebbe perdere, dunque non sarebbe neanche in grado di insegnare a vincere. Il mio collega non spiega - evidentemente troppo impegnato a legnare chi aveva eliminato la sua Fiorentina qualche mese fa - come è possibile che chi non sa insegnare a vincere, stia per conquistare il terzo scudetto consecutivo (oltre a Supercoppe varie) con una squadra che arrivava da due settimi posti.

Tutta colpa dell'attacco dialettico all'arbitro della semifinale di Europa League. Che, comunque, ci ha messo del suo. Permettendo ai portoghesi di fare i ...portoghesi, ovvero di non pagare a perdite di tempo, falli di mano e quant'altro. Conte, forse, era anche ancora scosso da uno 0-0 che buttava fuori la sua Juve quando in molti la davano favorita (e per alcuni giornaletti, anzi, era già in finale grazie a Michel Platini). Ma io sono convinto che a freddo avrebbe detto le stesse cose. E non perché non sappia perdere.

Conte viene paragonato spesso a Mourinho, anche lui fuori in semifinale, seppure della più nobile Champions League. Non per il tipo di gioco, ma per il carattere. E io concordo. Conte, come il portoghese, dice spesso che vanno bene tutti gli attacchi esterni, tranne quelli ai suoi ragazzi. Che quelli che allena sono i migliori in circolazione. Proprio come lo Special One. Quest'ultimo, non criticava quasi mai un suo discepolo. Una volta era colpa del rumore dei nemici, un'altra volta sosteneva che la Champions era impossibile da vincere (ma un anno dopo, l'avrebbe vinta) perché l'Inter non aveva le risorse per issarsi in cima all'Europa.

Beh, nelle dichiarazioni di Conte si è incarnato il portoghese. Conte dice che una volta è colpa del campo gelato, un'altra del poco recupero concesso. Giustifica i due fallimenti europei così davanti alle telecamere. Per preservare i suoi ragazzi. Negli spogliatoi, lontano da occhi indiscreti, sicuramente avrà usato altre parole. Avrà bacchettato ora Lichtsteiner, ora Vidal. E questo è il segreto dei tre scudetti e delle vittorie in serie dei bianconeri. O del Triplete mourinhiano. Diventare una cosa sola con i giocatori, un amico. Ma solo davanti ai giornalisti, state tranquilli.

Strano che un navigato giornalista come Sconcerti questa cosa non l'abbia sottolineata. Avrebbe fatto più bella figura. Conte è un vincente per natura. Non è abituato alle sconfitte, è vero. Così come la squadra che allena. Ma se c'è da urlare con i suoi ragazzi, lo fa eccome. Sa bene, però, che i panni sporchi vanno lavati in casa propria. Mica affacciandosi alla finestra in un vicolo come quelle comari che urlano e che ti raccontano per filo e per segno la vita di casa propria.

Antonio Conte

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