Italia: dov'è finita la storica difesa?


La Storia parla chiaro, se c'è stato un reparto che da sempre ha reso famosa, vincente, odiata e ammirata dagli avversari la Nazionale Italiana, era di certo la difesa. Catenacciari, difensivisti, blindati come un bunker antiatomico ormai sono aggettivi che non appartengono più all'Italia, qualcosa è cambiato. Era solo due anni fa che in Germania si poteva vantare una super difesa che nonostante i cambi e gli infortuni subì due reti lungo tutta la durata del torneo, di cui uno era autogol.

L'inizio del campionato europeo di Svizzera ed Austria ha messo in evidenza una situazione che in Italia non si ricorda da decenni: una retroguardia che stenta forse perché irrimediabilmente vecchia, stanca, senza nuovi efficaci ricambi e composta da attori che non sono entrati nella parte. Ovvio che, a dare un ulteriore senso di impotenza al tifoso c'è stato l'infortunio del capitano, l'unico uomo, quel Fabio Cannavaro, in grado di dirigere il reparto, non importa affiancato da chi.

L'immagine che rimane in testa è quella di Marco Materazzi che arranca inseguendo il centravanti arancione Van Nistelrooy, nemmeno tanto più giovane. Sì, perché non può essere solo una questione di età, il centrale dell'Inter è stato protagonista di una stagione passata all'insegna dell'incertezza. Incertezza sulla sua forma, sul suo stato mentale, sulla fiducia di cui godeva. Prima l'infortunio con la nazionale e di grave entità, un ematoma alla coscia che ha minacciato il prosieguo della carriera, poi il lento recupero e la forma fisica mai ritrovata del tutto. L'apice basso è stato il rigore scudetto negato con la prepotenza a Cruz e sbagliato contro il Siena. Campanello di un forza mentale vacillante. Insomma Roberto Donadoni non poteva non sapere che cosa il suo spilungone tatuato portava in dote, arrivando in ritiro pre-europeo.

A caldo probabilmente, dopo i tre schiaffi rimediati contro l'Olanda, mezza Italia ha crocifisso Matrix, portatore di una croce più grande e pesante di quella che una volta si poteva permettere. A mente fredda la critica dovrebbe riguardare anche le scelte tecniche, la condizione degli altri uomini (Panucci, Barzagli e Zambrotta non hanno carburato come ci si aspettava) e la sfortuna che ci ha messo il suo zampino. Marco scrive sul suo blog: «La mia fame è sempre la stessa», quello che si teme è che stavolta non gli rimarranno che le briciole in panchina.

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