Chievo, Campedelli rimpiange Drogba e stila la top 11 del suo ventennio da presidente

Quando morì suo padre Luigi, Luca Campedelli aveva appena 24 anni: nonostante la giovane età non esitò a ereditare il Chievo Verona che quell'anno si apprestava a giocare il suo quarto campionato di Serie C1 della storia. Sotto la gestione sapiente di Campedelli e del fido scudiero Giovanni Sartori (il direttore sportivo ex calciatore del Milan e, sul finire di carriera, proprio del Chievo) i clivensi prima consolidarono la loro presenza nella serie cadetta, quindi nel 2001 approdarono in Serie A, categoria a cui hanno appartenuto per 11 delle ultime 12 stagioni calcistiche. Sono passati venti anni da quando l'Harry Potter dei presidenti di calcio italiani, "mister Paluani" Luca Campedelli, ha preso in mano con sagacia, passione e entusiasmo i Mussi Volanti, dopo quattro lustri è tempo di bilanci.

Intervistato da L'Arena, quotidiano di Verona, il patron dei gialloblu, ancora giovanissimo con i suoi 44 anni, stila la squadra ideale del suo ventennio da presidente:

"Premetto che non inserisco nessuno della rosa attuale, altrimenti qualcuno potrebbe offendersi. Seguendo logiche non solo tecniche ma esclusivamente sentimentali, diciamo Zanin (con Lupatelli vice) in porta. Difesa con Moretto, D'Angelo, D'Anna e Lanna. A metà Corini e Perrotta. Poi De Cesare, Sartori... Tiribocchi e Corradi. Ma con la panchina lunga bisognerebbe farne 23...".

Si lascia andare in ricordi ed aneddoti, snocciola nomi e rimpianti:

"Il giocatore simbolo in assoluto? Ce ne sono stati talmente tanti... Direi Pellissier per certi versi, Luciano per altri. E poi Corini, Perrotta... Tanti hanno incarnato il nostro spirito. La nostra fortuna è stata quella di averne trovati almeno due per ogni anno. Negli anni migliori, poi, eravamo pieni di giocatori di un certo livello, di un certo spessore morale. Col senno di poi non potevi non andare bene anche se magari, quando li hai davanti, non te ne rendi conto".

Ma quando si sconfina nelle curiosità, allora Campedelli non si nasconde, nonostante la sua natura schiva e di poche parole. Il giocatore più pazzo? "De Cesare. E Luiso per certi versi, anche se la sua parentesi è stata breve. Perché De Cesare? Poteva fare tutto e il contrario di tutto. Lui è stato un giocatore con qualità enormi ma sottoutilizzate. Poteva fare molto di più". E poi c'è il rammarico di non aver portato al Bentegodi un certo Didier Drogba:

"Drogba l'avevamo già preso... Nonostante i sei miliardi di costo di allora. Doveva però andare a buon fine la cessione di Luciano e Manfredini alla Lazio. Saltata quella non ce la siamo sentiti di tirare fuori quei soldi. Drogba aveva ancora 19 anni. Ma Sartori l'aveva visto e se ne era innamorato. Stravedeva per lui. Diciamo che all'epoca ci è mancata un po' di follia imprenditoriale. Ma a posteriori quella follia era giusto farla".

Tra sogni nel cassetto rimasti chiusi a chiave ("Per quello che ha fatto nel calcio a me piace Ryan Giggs. O l'ex capitano del Manchester, Roy Keane") e tanti altri invece realizzati (si pensi a campioni passati da Veronello, calciatori del calibro di Bierhoff, Marchegiani, Amauri, Perrotta e Julio Cesar), è tempo di tornare al presente: perché ha esonerato Di Carlo? "Il mister aveva voluto dare obiettivi nuovi ma per la società la cosa che conta è sempre la salvezza. Se poi ci si arriva con ampio margine si può ragionare diversamente. Ma quello resta il traguardo prioritario". Perché gli asini volano, ma il loro presidente rimane ben ancorato coi piedi per terra. Da venti anni, di successi.

Foto | © Getty Images

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