Tessera del Tifoso: il giudice condanna la Roma a risarcire un abbonato

5mila euro di risarcimento per danni morali a un supporter. I legali: «Non si capisce che fine fanno i dati personali, è una violazione della privacy»

di antonio

La seconda sezione del tribunale civile della capitale ha condannato l’AS Roma a versare a un abbonato, a titolo di risarcimento, la somma di 5.000 euro per i danni morali subiti a causa della tessera del tifoso. E’ una sentenza che condanna in toto i metodi di raccolta dati dei tifosi quella accolta con favore dagli avvocati Paolo Ricchiuto, Lorenzo Contucci e Giovanni Adami, che hanno puntato il dito contro il trattamento illegittimo dei dati personali contenuti nella modulistica necessaria per avere la tessera del tifoso. Un anno fa questo strumento fu dichiarato illegittimo dal Consiglio Stato poiché poteva rappresentare una pratica commerciale scorretta e fu sostituita qualche mese dopo con la “Fidelity Card”.

Il Garante aveva stabilito che “i supporter delle squadre di calcio che richiedono la tessera del tifoso” devono essere informati “in modo chiaro e dettagliato sull’uso dei dati personali forniti al momento della sottoscrizione”. E “devono essere messi in condizione di poter scegliere liberamente se autorizzare l’uso di questi dati anche per finalità di marketing e pubblicità”. Un parere che era stato recapitato con provvedimento in materia, datato 12 gennaio 2011, al Viminale, Coni, Figc e club aderenti al programma.

Come sanno bene i circa 700.000 abbonati alle varie squadre di serie A – hanno argomentato Paolo Ricchiuto, Lorenzo Contucci e Giovanni Adami – dopo le circolari dell’allora ministro Maroni e dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, dotarsi della tessera del tifoso è diventata condizione necessaria per poter sottoscrivere un abbonamento o comprare un biglietto per una trasferta. Il problema è che la Roma, come tutti gli altri club, ha associato alla tessera anche la funzione di carta di credito (seppure non attiva al momento del rilascio). Il tutto sulla base di una modulistica, praticamente identica per tutte le società, che già il Garante della privacy aveva censurato con un provvedimento generale del 2010, perché non consentiva di comprendere chiaramente che fine facessero i dati personali degli interessati, trasferiti automaticamente alle società che gestiscono le carte di credito”.