Zeman i cinque errori del boemo, che se la ri-prende con gli arbitri

Zdenek Zeman è uno che va per la sua strada. E i risultati si vedono. Dopo anni di buio abbastanza pesto, la conduzione nel campionato scorso del Pescara dalla serie cadetta alla Serie A (oggettivamente una stagione trionfale) aveva rivitalizzato il nome del boemo, che da sempre gode di ottima stampa per una dote ottenuta

Zdenek Zeman è uno che va per la sua strada. E i risultati si vedono. Dopo anni di buio abbastanza pesto, la conduzione nel campionato scorso del Pescara dalla serie cadetta alla Serie A (oggettivamente una stagione trionfale) aveva rivitalizzato il nome del boemo, che da sempre gode di ottima stampa per una dote ottenuta negli ormai lontanissimi tempi di Foggia, al punto da convincere la Roma di Franco Baldini a provare un nuovo esperimento, perché di questo si tratta, dopo l’esperienza Luis Enrique.

Per la cronaca, un altro che andò per la sua strada in una città, in una piazza, in uno spogliatoio dove gli ostacoli e i cartelloni di pericolo sono pur ben esposti.

Ora, dopo la cocente sconfitta interna contro l’Udinese, il bubbone è evidente e inevitabile. Addirittura in vantaggio di due reti a metà primo tempo, la Roma di ZZ si scioglie come neve al sole e soltanto più il tecnico cerca giustificazioni esogene.

I problemi, in realtà, paiono tutti principalmente di natura interna: non va dimenticato infatti che l’unico che riuscì a gestirli fu un certo Fabio Capello, poi, solo in parte, Luciano Spalletti. Neppure un furbone come Ranieri ne uscì vivo. Ma Zeman, diciamolo pure, ci mette molto del suo.

Ecco sintetizzate le 5 mosse suicide dell’attuale gestione tecnica:

1. LA TESI DEL GRUPPO PARITARIO. Un concetto caro agli allenatori in linea meramente teorica. Zeman lo fa suo sempre e comunque. Gli tornano indietro i tormenti di Osvaldo, le parole sincere di De Rossi, l’ipervalutazione di elementi inadatti agli obiettivi fissati e i malumori di Pjanic, uno che in Europa gode di pretendenti in ogni campionato. Non si tratta qui di pari trattamento a livello personale. Totti è infatti un capitolo a parte, su di lui si è puntato per il carisma e per i vecchi buoni rapporti, ma Totti non esce dalle righe anche perché sa che Zeman è forse uno degli ultimi, paradossalmente, a potergli garantire il posto in una squadra che a livello verbale punta al vertice. Le gerarchie ci sono in ogni dove, e non si fondano mai su un solo uomo.

2. LA PREPARAZIONE ATLETICA. Uno dei punti forti, secondo la critica, del lavoro settimanale del boemo. Un’organizzazione del lavoro atletico ferma a 20 anni fa: gradoni, fatica, sollecitazione continua di ginocchia e caviglia. Senza una personalizzazione per ogni singolo calciatore: il fiato è una cosa, i carichi di lavoro un’altra. Nei parametri europei, e oramai anche italiani, questa è una modalità di lavoro fuori tempo. E i calciatori lo sanno molto bene e gradiscono molto poco.

3. IL DIALOGO SERAFICO. Io sono l’allenatore e non vi devo nulla. Il concetto è sacrosanto. Ma può non valere, e quindi scatenare problematiche di gruppo non minime, nel momento in cui Zeman si espone sui singoli di fronte ai microfoni dei giornalisti. Attenzione: il fatto che lo faccia è apprezzabile, ma poi deve seguire adeguato e conseguente dialogo interno. Cosa che, dicono i ben informati, non avviene.

4. IL MERCATO SRAGIONATO. Basta una notizia per far notizia e capire che qualcuno non vuole capire: la Roma cerca un attaccante, se non due. I mali della Roma sono però altrove. Pur non ottenendo il massimo dagli Osvaldo e dai Destro vari, la cura Zeman su Lamela funziona eccome (è giovane, non pensa, non discute, soffre in silenzio e, soprattutto, ha talento) eppure il boemo pensa che lì davanti si produca poco e quindi l’avversario sia più tranquillo a contrattaccare. Domanda retorica: per una Roma che deve assestarsi sul gioco di Zeman (nessuno gli chiede di cambiare modulo o atteggiamento, ci mancherebbe) sarebbe più utile un Angelo Ogbonna o un Josip Ilicic?

5. ATTACCHI GRATUITI. Neppure più Baldini lo difende, se non quando ne è costretto: Zeman parla della Juve, la sua fissazione e il suo morbo, accontentando il tifoso medio e mettendo in difficoltà la dirigenza. Questa è la vera verità. Quando però anche i tifosi dovessero voltargli le spalle, allora sarebbero dolori: senza risultati, le parole hanno un peso specifico diverso. Oltretutto, dentro la rosa, c’è chi non gradisce perché della Juve ha stima sia come club sia come calciatori. Che spesso sono poi anche i compagni di tante vittorie insieme in nazionale. Come disse il filosofo greco Democrito “le parole sono l’ombra dell’azione“, ma se poi manca l’azione le parole diventano vuote e poco credibili.