Stephan El Shaarawy, il talento del Milan è un leader nato

Stephan El Shaarawy è l’uomo del momento. Anzi, si potrebbe dire il ragazzo del momento. A 20 anni appena compiuti non potrebbe essere diversamente visto che una squadra del calibro del Milan si affida, o sarebbe meglio dire si appiglia, al suo talento, alle sue fiammate, alle sue stoccate. Il risultato è che i risultati

Stephan El Shaarawy è l’uomo del momento. Anzi, si potrebbe dire il ragazzo del momento. A 20 anni appena compiuti non potrebbe essere diversamente visto che una squadra del calibro del Milan si affida, o sarebbe meglio dire si appiglia, al suo talento, alle sue fiammate, alle sue stoccate. Il risultato è che i risultati del Milan tutto sommato latitano (è già motivo di soddisfazione infilare un filotto di 3 gare senza sconfitte, di questi tempi), ma El Shaarawy risponde presente sia sui report (praticamente capocannoniere della Serie A oltre che giocatore più decisivo della squadra) sia a livello di responsabilità.

Quest’ultimo non è un particolare da poco, tutt’altro. E’ un particolare decisivo. E’ il particolare per antonomasia. Perché l’italo-ligure-egiziano, nato a Savona e cresciuto nelle giovanili del Genoa, è un leader nel dna. Un leader estroverso ma silenzioso, che sa unire le sfrontatezze dell’enfant prodige nello spogliatoio, e Rino Gattuso ne sa qualcosa visto che non sempre ha apprezzato, alla concretezza del campo di gioco.

Era così già poco più che bambino: caposquadra negli Allievi, uomo salvifico nella Primavera al punto da diventare irrefrenabile nella corsa al titolo italiano di categoria da attaccante esterno dopo alcuni anni da trequartista centrale puro o addirittura prima punta.

E l’argomento tattico non può essere tralasciato. El Shaarawy infatti, là davanti, sa fare un po’ di tutto. Vedasi parentesi annuale in prestito a Padova quando ancora il cartellino era di Enrico Preziosi. Stagione sopra le righe. Subito. Da buon predestinato. Poche parole, molti fatti. Incursore dietro le punte, seconda punta, esterno d’attacco dalla conclusione facile. Uno che ha spaccato le difese della serie cadetta. Alla sua maniera, che è professionale ma anche in parte irriverente.

Da Ibra pare che abbia imparato a gestirsi nei rapporti con i compagni: niente soprusi, ma discreto senso del gruppo. Allegri almeno in questo ci ha visto giusto, avvalorato dal fatto che in estate è stato proprio il tecnico livornese a convincere Galliani ad andare su giocatori d’area (finora tutto sommato deludenti, stiamo parlando di Pazzini e Bojan) perché il Faraone avrebbe sfondato e dato le dovute garanzie.

Piuttosto, è il resto che manca. Il contorno che al momento possa fare da chioccia ed esaltare ulteriormente le doti del prossimo attaccante della Nazionale di Prandelli. Senza lasciargli tutte le responsabilità di un gigante del calcio come è il Milan e, magari, senza fargli venire strane idee visto che gente come Mourinho e Ferguson gli ha già messo gli occhi addosso da almeno 6 mesi.