I Mondiali del calcio di strada, senza regole e senza arbitri.

Hanno idee rivoluzionarie i promotori del primo torneo di "calcio di strada". Giocare a pallone sull'asfalto è qualcosa che, più o meno, sarà capitato di fare a tutti da bambini. In Sud America, dove le strutture adatte ad ospitare una partitella di calcio in molte zone non esistono, è certamente lo "sport" più praticato. Il calcetto fra amici, con porte improvvisate e senza arbitri, può essere istituzionalizzato? Pensano di sì gli organizzatori del torneo organizzato in Uruguay e al quale hanno partecipato squadre provenienti da molti paesi del Sud America.

Così come in una qualsiasi partitella fra bambini, quelle che basta un pallone per giocare, non c'è un arbitro a dirigere il gioco. L'obiettivo è quello di giocare insieme nel segno "dell'amicizia, della sportività e del rispetto". Niente urla o insulti in campo, la partecipazione di donne obbligatoria in tutte le squadre e la possibilità di plasmare le regole del gioco, con l'aiuto di un mediatore, e metterle ai voti fra i giocatori.

Chi vince? Non è importante il punteggio, è la squadra avversaria a riconoscere la superiorità della formazione appena affrontata. Sarà anche un'iniziativa meritoria, la possibilità di sfruttare la passione spontanea per il calcio per allontanare i più giovani da droga e delinquenza, ma il tutto rimane poco più che folkloristico.

Il bello del calcio è anche (e soprattutto) la competizione: prevalere sull'avversario è un obiettivo legittimo, farlo all'interno di regole precise e con l'obbligo di rispettarle ha una funzione educativa innegabile. Non c'è niente di male nel "giocare tanto per farlo", ma se lo si fa in un torneo non si può edulcorare a questo punto il calcio.

Il fatto che nel "nostro" calcio prevalga il conflitto, le continue lamentazioni, è un'evidente distorsione che andrebbe corretta senza dimenticare lo scopo ultimo di qualsiasi gara sportiva: vincere.

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