E pensare che dopo la combine tra Atalanta e Pistoiese, partita di un decennio fa di Coppa Italia in cui Cristiano Doni fu accusato di partecipare a un biscotto, lo storico capitano della Dea iniziò a festeggiare i suoi gol con una mano sotto il mento, ad indicare fierezza, come a dire “ne sono uscito e posso andare in giro a testa alta“. Eppure oggi alla Gazzetta dello Sport Doni non si nasconde e la testa la tiene più bassa di quanto non abbia mostrato in tutti questi anni, soprattutto se con un filo di voce ammette che “i miei errori sono iniziati nella partita con la Pistoiese di 12 anni fa, anche quella gara fu combinata, sono stato stupido, pensavo di farla franca“. Il lupo perde il pelo, cambia squadra e rilascia interviste, non perde però quel dannato viziaccio di ricascarci, come può succedere con la cocaina (basta fare i nomi di Flachi e Bachini), o con le scommesse. Ma se nel primo caso ci si rovina la propria di carriera, e chissà di vita, nel secondo si mette a repentaglio anche un club e una città, come successo con l’Atalanta e con Bergamo.

La stessa città che aveva idolatrato il suo capitano, Cristiano Doni appunto: “So di aver tradito i tifosi ed è la cosa che più mi ferisce in questa storia dopo il male fatto alla mia famiglia. La Dea per me è tutto, era tutto… Capisco di averli delusi, traditi. Non chiedo perdono, ma solo che non siano cancellate tutte le cose buone che ho fatto in campo. Ma voglio continuare a vivere a Bergamo. È la mia città. Non sarà facile, ma voglio restare lì. La benemerenza della città? Sono pronto a restituirla“. Doni pare pentito, non si dà pace, lancia messaggi, si svuota di un fardello accumulato domenica dopo domenica:

“La cosa più difficile di tutta questa storia? Preparare mia figlia, spiegare quello che è accaduto al papà. Sono stato un imbecille, in carcere ho capito. Non fate come me, fate come Masiello. In Italia c’è una mentalità sbagliata, uno schifo nelle partite di fine stagione. In carcere stavo da solo e ripetevo ‘Ma come hai fatto? Quanto sei stato stupido’. Non ho dormito per due notti, anzi mai. Ho meritato il carcere, non solo per le due partite taroccate (una e mezza, con l’Ascoli alla fine è stata partita vera), non solo per aver deluso i tifosi dell’Atalanta ma soprattutto per aver tradito lo sport. Si deve giocare pulito. Sempre. E non dare retta a chi gli chiede di barare. Anche fosse un compagno. Deve denunciarlo, far finta di nulla è grave quasi come alterare una partita. Non prendete esempio da me”.

Le lacrime, a volte segni tangibili di sinceri pentimenti, altre volte paiono sgorgare da occhi di coccodrillo. Alla sensibilità della gente, e alla propria diffidenza, propendere verso il perdono verso certi personaggi o, in alternativa, allo sdegno, che può essere esacerbato da certe dichiarazioni.

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