Narra la leggenda che l’Italia vanti la miglior scuola di portieri del mondo (si diceva così anche dei difensori prima che gli allenatori di base iniziassero a insegnare prima come si fa la diagonale e poi, eventualmente, come si marca un attaccante…): sempre tra i numeri uno a livello internazionale dai tempi di Zoff fino a quelli di Buffon, passando per Zenga e Pagliuca, tanto da dover relegare ottimi interpreti del ruolo come Bordon, Tancredi, Galli, Tacconi, Marchegiani, Peruzzi, Toldo al numero 12 azzurro perenne (quando andava bene) o al semplice turismo da fase finale quando proprio la concorrenza era spietata.

Tanto che quando nel 1990 sbarcò dal Brasile Claudio André Taffarel, primo portiere straniero dalla riapertura delle frontiere, non mancarono accenti ironici, dovuti anche alla fama non eccelsa di cui godevano gli estremi verdeoro dai tempi di Valdir Peres ’82; oggi viene da sorridere al pensiero che tre delle migliori squadre di Serie A affidano (part time o full time) la difesa delle proprie porte ad altrettanti brasiliani come Dida, Doni e Julio Cesar al cui confronto Taffarel poteva tranquillamente essere scambiato per Yascin.

Ma anche questo particolare è il sintomo di una crisi profonda che ha colpito, se non una celebrata scuola, almeno un’intera generazione di portieri e che è esplosa prepontemente ieri sera con una serie di interventi di livello amatoriale, di quelli su cui la Gialappa’s Band ai bei tempi avrebbe costruito un’intera trasmissione. Il problema è che dopo Buffon, anagraficamente, c’è proprio il vuoto: De Sanctis, il migliore della sua generazione, si sta rapidamente divorando una fama costruita su tre stagioni esemplari a furia di errori macroscopici; l’anno scorso perse la Nazionale per un pessimo campionato e lo svenimento di ieri sul tiro di Volpi sembra indirizzare anche questo campionato su quella falsariga. Urge reazione.

Abbiati ha già ampiamente dimostrato i suoi limiti di tenuta mentale e nervosa in più riprese (una su tutte, a Monaco in Champions League), l’errore che consegna il raddoppio a Frick rientra proprio in questa categoria, non è un problema di tecnica ma un problema di concentrazione. Agliardi è un osservato speciale: è il più giovane ed è l’unico italiano a difndere i pali di una “grande”, logico pensare a una crescita che lo porti in Nazionale, ma dopo aver fatto il fenomeno a Roma parando anche le lattine in evidente trance agonistica (eppure il gol di Rocchi è una signora micia, diciamolo…), è andato in tilt completo col Catania, segnandosi un gol da solo (robe viste solo nei film di Fantozzi) e agevolando gli altri due.

Discontinuità dovuta a problemi di esperienza, di certo, ma il numero di portieri Under 21 bruciati in questi anni è impressionante (Gegè Rossi, Pelizzoli, Zotti, Benussi, Pegolo, Cassano…) e rischia di diventare un problema cronico. In questo grigiore assoluto l’unico a distinguersi almeno per ora è Amelia, che tuttavia andrà testato in un top team prima di assegnarli la difficile eredità di Buffon, in attesa di valutare la crescita dei vari Curci, Viviano, Berni, De Lucia e Mirante, e magari di vedere Roma impegnato in un campionato più competitivo di quello francese e Cudicini titolare da qualche parte.

Per il resto, a tenere alta la bandiera della categoria sono i vecchietti ormai quarantenni di una volta: super Pagliuca, Angelone Peruzzi, il redivivo Balli e Luca Bucci quando viene chiamato in causa. Il che è sicuramente una storia bella e romantica per gli appassionati di calcio, ma un pessimo segnale per il futuro del ruolo.

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ultimo aggiornamento: 21-09-2006


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