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Arrigo Sacchi: “Il Milan e il mio calcio: l’importanza del lavoro»

Arrigo Sacchi, ex allenatore del Milan, ha presentato al Corriere della Sera il suo nuovo libro che uscirà oggi nelle edicole

«Il realista visionario. Le mie regole per cambiare le regole»: esce oggi un libro di Arrigo Sacchi, che al Corriere della Sera ha raccontato la fasi della sua carriera e i suoi pensieri sul mondo di oggi.

L’ITALIA«Un Paese votato al tatticismo, dove solo il singolo e non il bene collettivo sembra avere importanza, dove contano più le conoscenza della conoscenza».

PER CHI VOTA«Da molto tempo non nutro molte più illusioni sulle sorti di questo Paese. Oggi non mi piace nessuno. Sceglierei chi mette al primo posto del suo programma la tutela degli insegnanti e degli operatori sanitari. Scuola e sanità pubblica. Non importa se di destra o di sinistra: conservo dentro di me una sana vena di anarchismo romagnolo».

I SUOI INIZI«Alfredo Belletti fu il mio mentore. É stato anche autore di una storia di Fusignano, un agile tomo di 1.200 pagine. Gli dicevo che se avesse scritto la storia di Milano, sarebbe venuta fuori la Treccani. Era dirigente della squadra locale, seconda categoria. Gli dissi che, come prima cosa, mi serviva un libero, un numero 6. Andò in spogliatoio, ne uscì con la maglia numero 6. “Eccolo qua. Se sei un allenatore decente, te lo costruisci come piace a te, con il lavoro e con le idee. Una grande lezione».

DISSE A BARESI DI ISPIRARSI A SIGNORINI«Per anni, quella frase fu considerata uno scandalo. Ma non la rinnego affatto. Anche il povero Gianluca aveva fatto un passo alla volta. All’inizio, nel Parma, lo chiamavano “lancetti” perché faceva sempre lanci lunghi che costringevano sempre me e il magazziniere ad andare per boschi alla ricerca della palla. L’unico vero scandalo è credersi intoccabili, e non capire che si può imparare da chiunque. Sa chi fu il primo che comprese il senso di quel che intendevo? Franco Baresi, il mio capitano. Una persona di straordinaria umiltà, un campione vero».

VAN BASTEN «Qualche anno fa, le cose che disse in un’intervista mi ferirono. Ma non gliene voglio male. Non mi sembra di essere stato duro con lui. Semplicemente, lo trattavo e lo valutavo come gli altri. Forse non gli andava bene questo. Ma non me lo ha mai detto. Tra noi non c’erano problemi».

GIANNI BRERA«Ero al secondo anno di Milan. Un giovedì prima di una partita con il Napoli vado a cena con mia moglie al ristorante Riccione, senza immaginare che quello era il giorno in cui si trovava con gli amici. Me li manda uno ad uno al nostro tavolo. Domenica chi marca Maradona E mi fanno dei nomi, Tassotti, Maldini, Baresi. “In qualche modo ci avete preso tutti”, rispondo. Quando l’ultimo si è allontanato, la mia Giovanna, che non è mai venuta a vedere una nostra partita mi chiede: “Scusa, ma questi non lo sanno che tu giochi a zona”».

Redazione F

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