Quando il 10 maggio del 1969 il signor Bergkamp da Amsterdam dovette decidere il nome del figlio appena nato, non stette a pensarci molto e scelse di chiamarlo come Denis Law, l’attaccante scozzese all’epoca bandiera del Manchester United. Con queste premesse Dennis Bergkamp non poteva che crescere amando il calcio e in particolare quello inglese, assurgendo a mito dell’infanzia Glenn Hoddle del Tottenham. Calcio e Amsterdam non possono che significare Ajax, dove comincia a giocare sin dalla tenera età: è il 1981, Dennis ha 12 anni e non dovrà spremersi più di tanto per scalare le varie formazioni giovanili fino ad esordire in prima squadra nel 1986: 14 presenze e 2 gol, a 17 anni si intravedono già le qualità di un futuro campione.

Coi lancieri Bergkamp scrive pagine importanti della sua storia e di quella del club: 122 gol in 239 partite, in 6 stagioni per tre volte vince il titolo di capocannoniere dell’Eredivisie, in bacheca mette una Coppa delle Coppe e una Coppa Uefa, oltre a 4 successi in patria tra campionato e coppe; perno della Nazionale Olandese e secondo nella classifica per il Pallone d’Oro ’93 (vinto da Roby Baggio), nell’estate del 1993 il presidente dell’Inter Pellegrini si svena per portarlo a Milano. Alla fine vestirà il nerazzurro insieme al compagno di squadra all’Ajax Vim Jonk, il suo cartellino costerà 18 miliardi delle vecchie lire:

“Cruijff non voleva che andassi, preferiva che lo raggiungessi a Barcellona. Ma all’epoca la A era il top, al Milan non volevo andare perché l’avevano già scelto Gullit, Rijkaard e Van Basten, dovevo scegliere tra Inter e Juve. Ma i dirigenti dell’Inter mi fecero tante promesse e dissero: ‘Giocheremo un calcio più offensivo’. E lo facemmo, ma solo il primo mese. Non era quello che avevo sperato”.

La sua avventura a Milano non è così negativa come molti ricordano, non nella prima stagione: è vero, sotto porta non era implacabile e nei contrasti appariva troppo molle, ma la classe c’era e l’impegno lo metteva; con 8 gol in 11 partite contribuisce in maniera più che decisiva alla vittoria della Coppa Uefa contro il Salisburgo, anche se in campionato balbetta. Coi giornalisti parla mal volentieri, ma ricordando quei tempi nega categoricamente la sua timidezza esasperata:

“In realtà andavo d’accordo con tutti, da Bergomi a Ferri e Battistini così come con Berti. Solo Ruben Sosa mi ha deluso: avremmo potuto fare molto di più. I giornalisti? Si aspettavano che io parlassi tutti i giorni, io non volevo e loro si arrabbiavano. Una volta mi tagliai i capelli e dissero che mi erano caduti perché non resistevo alla pressione…”

Poi arrivano i Mondiali statunitensi in cui gioca tutte e 5 le partite segnando 3 gol, ma quell’esperienza Dennis l’avrebbe ricordata anche e sopratutto per un allarme bomba sull’aereo della selezione oranje da cui scaturì un trauma ben noto agli appassionati di calcio: da allora ebbe la fobia di volare, da cui il soprannome di “Non-Flying Dutchman” e infiniti spostamenti in treno e in auto. La seconda stagione all’Inter è un disastro: 24 gare e appena 4 reti, il neo-presidente dei nerazzurri Massimo Moratti decide di venderlo senza troppi complimenti all’Arsenal per quasi 20 miliardi di lire. Comincia una terza, fondamentale parte della carriera di Bergkamp: con la maglia dei Gunners ha vinto tanto e giocato bene, 423 presenze e 120 gol, di cui alcuni rimasti nella leggenda (come quello del 3 marzo 2002 al St.James’s Park contro il Newcastle).

Longilineo, elegante, classe cristallina, sinistro ma in grado di usare il destro con uguale disinvoltura, Dennis Bergkamp è stato un giocatore che non si poteva non ammirare: silenzioso ma determinante, assist-man dei più prolifici, la sua esperienza ad Highbury l’ha consegnato al mito. Si è ritirato a 37 anni dopo 734 partite tra i professionisti, a cui bisogna aggiungere le 79 presenze con la maglia arancione della Nazionale, condite da 37 gol (terzo marcatore di tutti i tempi dietro Van Persie e Kluivert). Salutati l’Arsenal e l’Inghilterra, Bergkamp è tornato nella sua Amsterdam prendendo a cuore le vicende del primo amore, l’Ajax: dopo aver guidato, anche come vice, alcuni formazioni giovanili dei lancieri, dal 2011 è il secondo allenatore della prima squadra, a fianco di Frank De Boer.

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ultimo aggiornamento: 28-06-2014