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La classe del ’92: Beckham, Giggs e gli altri raccontano come hanno cambiato il volto alla Premier League e all’Inghilterra

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I tifosi del Manchester United hanno cerchiato di rosso la data del 2 dicembre sul calendario, quel giorno infatti sarà messo in vendita “The Class of ’92”, un film-documentario che racconta la storia di un gruppo di ragazzini che nel giro di pochi anni avrebbero cambiato il volto al calcio inglese e non solo. L’opera è dei fratelli Benjamin e Gabe Turne e ripercorre l’inizio delle carriere brillanti di sei giocatori che cominciarono vincendo la FA Youth Cap in quell’anno per poi arrivare, tutti insieme, a salire sul tetto del mondo nel 1999 indossando sempre la stessa maglia, quella dello United. Gli attori, i sei protagonisti del lungometraggio, sono campioni affermati che hanno avuto carriere splendide, stiamo parlando di Paul Scholes, David Beckham, Nicky Butt, Ryan Giggs, l’unico che a 40 anni suonati ancora non vuole saperne di smettere, e i fratelli Gary e Phil Neville.

Ma l’opera non racconta soltanto la storia di questi adolescenti e del loro percorso fino a diventare campioni acclamati in tutto il mondo. È anche un’istantanea dell’Inghilterra dei primi anni ’90, il paese usciva dal thatcherismo, il calcio inglese non aveva mai toccato un punto più basso con la squalifica dalle competizioni europee e la conseguente riforma di tutto il sistema che ha portato alla creazione della Premier League, così come la conosciamo oggi. Le stelle di quello United spettacolare che nel 1999 arrivò a centrare il cosiddetto “Treble” ci restituiscono uno spaccato della società dell’epoca preziosissimo, arricchito dalle testimonianze importanti di tanti altri personaggi di spicco come Zinedine Zidane e Eric Cantona, ma anche Tony Blair, proprio in quegli anni il New Labour tornò al potere dopo un lungo periodo di politiche conservatrici, e Danny Boyle, regista di Trainspotting, altra pietra miliare dell’epoca.

Un film che non è dedicato solo ai tifosi dei Red Devils ma a tutti gli appassionati di calcio del mondo. Particolarmente toccanti sono i racconti degli altri ragazzi del ’92, quelli che non sono riusciti ad emergere nel calcio dei grandi dovendo rinunciare presto ad una carriera da professionisti: è il caso di Raphael Burke, il più talentuoso di quella squadra, che poi è finito a vivere a Bristol con la madre, impiegato di una società informatica. Quello che è rimasto intatto in tutti questi anni è il forte legame di amicizia tra i protagonisti di questa storia meravigliosa che va di pari passo con una passione che non si è mai spenta, quella per il pallone, strumento di riscatto sociale impersonato alla perfezione da questi figli della working class britannica, legati ancora oggi da una fortissima amicizia e dall’amore per “il gioco” che pur avendo cambiato le loro vite è rimasto sempre tale.

Il calcio ancora una volta riesce a fornire spunti di riflessione che vanno ben oltre il rettangolo verde, è lo specchio di una società, dei suoi pregi e dei suoi difetti. La qualità saliente di questo documentario è proprio quello di riuscire a partire da una storia di sport, fatta di sacrifici, gioie e dolori, come ce ne sono tante, fino ad arrivare ad analizzare con cura lo scenario più ampio di un paese che in quegli anni ha subito una vera e propria rivoluzione sociale e culturale, silenziosa ma non per questo meno efficace. Un po’ come l’opera di dieci anni fa di John Dower, “Live Forever” per certi versi è infatti molto simile anche se lo spunto è la musica e non il calcio. Gli appassionati del genere non resteranno delusi, ma i 98 minuti di questo documentario saranno apprezzati anche da chi non è patito di questo gioco che spesso è molto di più di un passatempo per milionari che corrono dietro ad un pallone.

cesare10

Ingegnere poco più che trentenne, vive in una città con l'anacronistica (cit.) passione per i cavalli. In attesa di guadagnare con i numeri si diverte con le parole. Imbratta il web da tanto tempo. Una volta aveva anche un blog di dubbio successo, ma lo ha chiuso per aprirne uno del quale non ha mai rivelato l'indirizzo, regola che non sfugge a questa biografia: forse anche per questo, ma non solo, non ha lettori. Scrive di calcio per poter comprare il pane. Nel tempo libero scatta fotografie, partecipa a cortometraggi di aspiranti registi slavi e apre tumblr collaborativi con pretese virali. Gli piace guardare le facce delle bariste ogni volta che ordina bitter con gin.

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