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Tavecchio, gli stranieri, le donne e una classe dirigente senza strumenti

[blogo-video provider_video_id=”sbbHWTsYeiM” provider=”youtube” title=”FIGC Carlo Tavecchio”Mangiava banane adesso gioca nella Lazio!”” thumb=”” url=”http://www.youtube.com/watch?v=sbbHWTsYeiM”]

Parliamoci chiaro: è evidente che ora ci sia grande attenzione a tutto quel che fa e dice Carlo Tavecchio, ed è altrettanto evidente che ora si pratichi il tiro al piccione.

Il soggetto in questione, d’altro canto, aiuta chiunque voglia provare a screditarlo. La sparata razzista sugli stranieri ha aperto le danze. E’ arrivata persino la FIFA a parlarne chiedendo un’indagine – ma è chiaro che non se ne farà nulla: arriverà una letterina di spiegazione della frase infelice, con tante scuse.

Adesso il Corriere della Sera ha riportato in auge, tratta da Report, un’altra frasaccia del Presidente della FIGC in pectore. Che, intervistato da Report nell’inchiesta del 5 maggio 2014 dal titolo Sportivo sarai tu ha detto, testualmente:

«Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio, sulla resistenza, sul tempo, sull’espressione anche atletica, invece abbiamo riscontrato che sono molto simili»

Una frase altamente “drammatica”, come quella sulle banane. Come la scusa del «faccio volontariato in Africa»

Ma attenzione: queste espressioni sono drammatiche non perché siano shock, come piace tanto al giornalismo contemporaneo (è tutto shock, è quindi non lo è niente).

Sono drammatiche perché denotano, semplice, una mentalità del secolo scorso, lontana da qualunque istanza contemporanea e dunque da qualsivoglia esigenza di miglioramento (dico “miglioramento” anziché “cambiamento” perché il cambiamento non è buono ad ogni costo).

Tavecchio, con queste sue esternazioni claudicanti, non fa che dimostrarsi espressione di una classe dirigente italiana per nulla al passo coi tempi, completamente slegata dalla realtà. E non è una questione di renziana gioventù o di rottamazione, sia chiaro: si può essere anagraficamente giovani e perdutamente vecchi nell’animo. La questione è endemica: il paternalismo, il concetto di volontariato come aiuto al più debole, il maschilismo inculcato nel pensiero al punto da usare il termine “handicappato”, sono solo punte di un iceberg che non è, quando ci si tuffa per scoprirlo, il solo Carlo Tavecchio.

Se solo si avessero ancora gli strumenti per un’analisi serena e non pregiudiziale ci si renderebbe conto di questo: che la situazione in cui versa l’Italia oggi (la FIGC ne è emblema) è prima di tutto un enorme problema culturale. E il “largo ai giovani” di renziana ispirazione è solamente una facciata anagrafica.

Si può dire che in Italia non si valorizzano i vivai calcistici, che il mercato degli stranieri è drogato, che calcio maschile e femminile sono diversi. Dirlo come lo dice Tavecchio è drammatico. Ed è drammatico pensare che non se ne uscirà mai. Perché l’iceberg sommerso è molto più grande: è un’intera classe dirigente (nel privato come nel pubblico, nelle aziende come in politica, nello sport come nel giornalismo), che ha già lasciato le sue brave eredità e ha già trovato i suoi bravi ereditieri.

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