La notizia ha iniziato a girare tra social e siti stranieri, quasi in sordina, poi nel giro di poche ore ha preso peso, diventando una di quelle che ti costringono a fermarti un attimo. Non per il clamore, ma per quello che rappresenta. Perché quando se ne va un volto così riconoscibile, anche chi non ha seguito ogni partita lo riconosce subito, senza bisogno di spiegazioni.
Era uno di quei portieri che non passavano inosservati, non solo per le parate, ma per l’immagine. Quel dettaglio estetico, quasi fuori contesto rispetto al calcio moderno, lo aveva reso iconico ben oltre i confini del suo Paese. Eppure ridurlo a quello sarebbe ingiusto, perché dietro c’era una carriera lunga, fatta di scelte, momenti complicati e una presenza costante in un calcio che stava cambiando.
Mihaylov, simbolo della Bulgaria a USA 94
Dopo le prime conferme, è emerso chiaramente il nome: Borislav Mihaylov. Portiere e simbolo della Bulgaria negli anni più sorprendenti della sua storia recente. Il riferimento immediato è al Mondiale di USA 94 quando la Bulgaria arrivò fino alle semifinali, superando squadre ben più quotate, prima di essere battuta dall’Italia di Roberto Baggio. Non era solo una questione tecnica. Era il modo in cui stava in campo, la sicurezza tra i pali che trasmetteva anche nei momenti più complicati. E poi quell’immagine, la parrucca, diventata quasi un marchio, qualcosa che lo rendeva immediatamente riconoscibile anche a distanza di anni.
Oltre il campo, tra ruoli e polemiche
Dopo il ritiro, Mihaylov non si è allontanato dal calcio. Ha continuato a viverlo da dentro, assumendo ruoli dirigenziali e diventando presidente della federazione bulgara. Una fase meno romantica, più complessa, segnata anche da critiche e tensioni interne. Per chi ha vissuto quel calcio, la sua scomparsa riporta indietro nel tempo, a un’epoca in cui le nazionali potevano sorprendere davvero, senza schemi rigidi o equilibri già scritti. Il calcio internazionale perde un pezzo della sua memoria visiva, non solo tecnica.

