Nuova legge stadi: Lega Calcio in rivolta, no al pagamento dei poliziotti

I club di A si ribellano contro il nuovo decreto legge contro la violenza negli stadi: non vogliono pagare gli straordinari delle forze dell’ordine

Il decreto legge che inasprisce le pene nei confronti del tifo violento è appena stato approvato dalla Camera dei Deputati e già scatta la polemica: in attesa che il testo sia approvato dal Senato, i club di serie A si ribellano contro la nuova tassa che prevede il contributo delle società per il pagamento degli straordinari alle forze dell’ordine che si occupano dell’ordine pubblico durante le partite. La protesta è contenuta in una delibera dell’assemblea straordinaria di oggi che chiede la cancellazione de “l’intero testo degli articoli 3-ter e 3-quater”. Gianni Malagò, presidente del Coni, che ieri aveva tessuto le lodi del nuovo decreto accogliendolo con molto favore, ha comprende le rimostranze dei club, ma puntualizza: “Capisco i presidenti però solo nel calcio ci sono poliziotti e carabinieri in assetto da guerra”.

Insomma, come spesso accade hanno un po’ ragione tutti: i club che lamentano già di dover pagare gli steward e lo Stato sulle cui casse gravano le spese extra per i presidi degli stadi da parte dei poliziotti. La questione è, senza dubbio, economica, con una nuova voce da mettere a bilancio per le società, per giunta a stagione in corso. Per questo motivo, la Lega Calcio di Serie A, in rappresentanza dei club che partecipano al massimo campionato nostrano, chiedono…

“senza indugio che, nella seconda lettura del disegno di legge prevista in Senato a partire da martedì 14 ottobre, l’intero testo degli articoli 3-ter e 3-quater sia definitivamente soppresso, in quanto prefigurante l’introduzione di una vera e propria tassa posta soggettivamente a carico delle sole società sportive organizzatrici degli eventi per la fornitura di un servizio pubblico (il mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico in occasione di eventi e manifestazioni) non opzionale ma previsto per legge nell’interesse dell’intera collettività e, come tale, in palese contrasto col principio di uguaglianza e l’obbligo generale di contribuzione alla spesa pubblica sanciti dagli articoli 3 e 53 della Costituzione della Repubblica Italiana”.

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Le rimostranze dei club si basano sul fatto che, offrendo un servizio pubblico, lo stesso principio dovrebbe allora essere applicato anche a tutte le altre manifestazioni che richiedono l’impiego di forze dell’ordine. Una disparità di trattamento ritenuta non accettabile e senza mezzi termini da sopprimere dal testo di legge che sarà in senato il prossimo 14 ottobre. Il numero uno del Coni, Gianni Malagò, dopo le parole pronunciate ieri all’approvazione da parte della Camera, è tornato sul nuovo decreto legge dando sostanzialmente ragione ai club di A, seppur non manchino le osservazioni:

“Se fossi presidente di una società di calcio non sarei contento di veder arrivare a ottobre un provvedimento che non era previsto e che incide sul bilancio. Ma dobbiamo considerare che una parte dell’opinione pubblica ritiene che certi oneri della collettività nei confronti delle partite di calcio non siano più accettabili. Il calcio dice che dà più di quello che costa – evidenzia il numero uno dello sport italiano – , ma è in buona compagnia, perché in Italia c’è un’alta percentuale di cittadini che pagano di tasse più di quanto ricevono in servizi. Quel provvedimento riguarda tutte le manifestazioni sportive ma, alle partite di calcio, le forze dell’ordine sono in assetto da guerra, mentre per Italia-Inghilterra di rugby allo stadio Olimpico c’erano 82.000 spettatori e neanche un poliziotto. Questo potrebbe succedere nel calcio?”.