Affanno Roma: i cinque motivi dell’impasse giallorossa

La Roma singhiozza, e comincia a essere da un bel po’ di tempo: abbiamo individuato i cinque motivi che stanno rallentando la squadra di Garcia.

Cinque vittorie in altrettante partite, fino allo scontro diretto con la Juve la Roma volava in campionato, viaggiando sulle ali dell’entusiasmo anche per via dei 4 punti racimolati in due match in Champions League: poi il 3-2 dello Stadium, l’epica batosta contro il Bayern Monaco, pian pianino la squadra di Rudi Garcia ha perso convinzione, si è aggrappata alle parole del suo allenatore e alla giocata di qualche singolo, ma inesorabilmente è andata giù. Eliminata dall’Europa più prestigiosa, ma soprattutto balbettante in Serie A, nelle ultime 13 partite (dal post-Juve in poi) la squadra giallorossa ha racimolato 26 punti (non pochi, per inciso), segnando 21 gol e subendone 10, ma soprattutto ha visto scappare la Juve che ha chiuso il girone d’andata a +5, in forma smagliante e con un dato clamoroso: in 19 partite (quindi su 1710 primi recuperi esclusi) i bianconeri sono stati in svantaggio per soli 10 minuti.

La Roma, sia chiaro, è una buonissima squadra; eppure nel sempre pronto a deflagrare ambiente capitolino le crepe non rimangono nel chiuso di Trigoria, ma vengono evidenziate da radio, giornali, tifosi tanto passionali quanto esigenti. E oggi il risveglio dei romanisti, anche alla luce del poker juventino, è stato un po’ più disilluso che nel recente passato, forse il più amaro da quando è arrivato Rudi Garcia in panchina. Abbiamo individuato cinque piccole beghe che alla lunga stanno zavorrando la squadra, cinque motivi che singolarmente potrebbero anche esser presi per dettagli, ma che insieme ingigantiscono il problema, che pure c’è ed è visibile. La Roma non è più imprevedibile, fa meno paura, si può mettere sotto: ecco – forse – perché.

I casi Iturbe e Destro

L’argentino doveva essere il vero grande colpo del mercato estivo, il ratto di Sabatini alla Signora a suon di palanche, per felice riscossione del Verona di Setti: un gol in campionato in 600 minuti giocati, uno in Champions nel pokerissimo rifilato all’esordio al CSKA, poi tanta volontà ma poca incisione. E al Barbera al 75esimo è stato sostituito per far posto all’esordiente Verde. Di contro Destro gioca poco e segna tanto, ma Garcia oltre le parole di rito (e di facciata) non riesce a garantirgli un posto da titolare, almeno non contro le big: i tifosi non sanno da che parte stare, il credo tattico dell’allenatore divide la curva, quando poi gli interpreti vengono a mancare per un motivo e per l’altro la confusione è servita.

Coppa d’Africa

Si diceva delle assenze, perché se all’improvviso vengono a mancare due pilastri dell’autunno giallorosso come Keita e Gervinho, per di più partenze preventivate causa impegni con la Nazionale, necessariamente bisognava essere pronti. Mentalmente, prima ancora che numericamente. Il rientro di Strootman serviva a questo, e bisogna dire che l’olandese al netto delle indecisioni moscovite alla fine sta facendo bene (già due assist), ma per sostituire l’ivoriano ci voleva un Iturbe smagliante e non in cerca di se stesso. E si ritorna al punto precedente, come un gatto che si morde la coda.

Primi tempi

Qui invece a parlare sono i numeri: la Roma ha subito 14 gol nel girone d’andata, 10 di questi nel primo tempo. Due contro Lazio, Sassuolo e Juve, e ancora a Bergamo, Palermo, Napoli e infine quello di Ranocchia all’Olimpico. L’approccio alla partita è spesso molle, per non dire al limite della decenza (medaglia d’oro alla partita di Napoli, ma non scherzano neanche i mezzi passi falsi contro Zaza e Felipe Anderson), e solo nella ripresa la squadra riesce a svegliarsi: a volte recupera le partite e le prende per i capelli, in altre non riesce nell’impresa. Ormai è una costante (contro il Bayern poi il manifesto dell’orrore), e un buon allenatore non può permettersi di mandare in campo dei giocatori così poco motivati.

Spavalderia Garcia

Lo ha sempre fatto a fin di bene, di questo si può esserne certi, ma le continue dichiarazioni al limite della spavalderia del tecnico francese alla fine hanno distratto i giocatori e irritato qualche tifoso più lucido e compassato: lamentarsi degli arbitri dopo la gara con la Juve poteva servire per mettere pressione agli avversari (e un po’ ai fischietti nelle partite successive), continuare per due mesi recitando sempre lo stesso copione ha finito per dare un alibi alla squadra. Così come ripetere ossessivamente che “alla fine vinceremo lo scudetto“: secondo Garcia dovrebbe metter ansia alla Juve, molto più prevedibilmente ne mette solo ai suoi ragazzi.

Crepe nello spogliatoio

Sarà vero? Il free-press Leggo oggi parla di un Garcia furente con Borriello e Maicon che mentre la Roma perdeva a Palermo se la ridevano in panchina, ma la furia dell’allenatore di origini iberiche si sarebbe abbattuta sui suoi ragazzi anche e soprattutto per la prestazione, tra errori pacchiani (come quello di Astori in occasione del gol di Dybala) e poca cattiveria; e quando non si vince e l’allenatore scarica sui giocatori le responsabilità, ecco che i mugugni del gruppo si rivoltano contro il condottiero: sempre secondo Leggo molti calciatori avrebbero manifestato in privato delle perplessità sia sulle scelte tattiche che sulla preparazione atletica allestita da Garcia.