Un anno di calcio italiano: il 2013 sotto la lente d'ingrandimento


Anno vecchio, addio. Il 2013 può considerarsi ufficialmente riposto in soffitta, è tempo di guardare al futuro e dedicare a tutti i lettori del nostro blog un sentito e sincero augurio di buon 2014. Per l'occasione ne approfittiamo per fare un punto su quanto è stato negli ultimi 12 mesi, una specie di riepilogo dei momenti salienti del calcio italiano, quasi un riassunto come già fatto per altro negli anni scorsi. Arbitrariamente è stata scelta la squadra dell'anno solare ormai volto al termine, il calciatore, la filosofia di gioco, la partita e, dato che quando si parla di calcio ci si riferisce a delle stagioni che vanno a cavallo degli anni, dei club che maggiormente hanno cambiato volto al giro di boa estivo, sia in positivo che in negativo.

(Qui abbiamo fatto lo stesso ma in riferimento al calcio internazionale)

La squadra


L'ambito premio di compagine italiana dell'anno abbiamo deciso di assegnarlo alla Roma, nonostante la disastrosa prima metà del 2013; i giallorossi nel bene e nel male hanno fatto parlare di sé come non accadeva da anni, tanto per i clamorosi tonfi (con conseguente esonero di Zeman e avvento del buon Andreazzoli), compresa la finale di Coppa Italia persa, quanto – e soprattutto – per la capacità di ripartire alla grandissima dopo la pausa di riflessione di giugno. Nuovo tecnico subito idolo di Roma, parliamo come ovvio di Rudi Garcia, difesa imperforabile con Castan e Benatia (e De Sanctis che per poco non batteva il record di imbattibilità), centrocampo solido col ritrovato De Rossi e l'imprescindibile Strootman, reparto offensivo stracarico di bollicine con interpreti che fanno sognare la Sud. Dieci vittorie di fila all'avvio, miglior difesa e zero sconfitte fino alla sosta natalizia, se non fosse per la solita schiacciasassi Juve dalle parti della capitale starebbero già preparando le celebrazioni per il quarto scudetto della loro storia.

Il calciatore


Quando è arrivato in Toscana esattamente un anno fa nessuno aveva messo in dubbio la bontà dell'acquisto dei Della Valle, piuttosto lo scetticismo su Pepito Rossi riguardava la sua tenuta fisica dopo i due tremendi infortuni patiti al ginocchio quando giocava nel Villarreal. Brava la Fiorentina ad aspettarlo e a farlo guarire con calma (con annesso esordio a Pescara nell'ultima giornata del campionato scorso), bravissimo lui a ritornare il campioncino che è sempre stato con l'avvento della nuova viola, quella montelliana 2.0. Capocannoniere della Serie A (con 14 gol), autentico trascinatore dei suoi, piazza reti pesanti (compresa una storica tripletta alla Juve) e non disdegna assist per i compagni, l'ex Manchester United e Parma senza proclami e men che meno copertine sarà forse la vera arma in più dell'Italia di Prandelli nella campagna di Brasile a giugno. Un attaccante che mette tutti d'accordo perché nessuno come lui merita il momento che sta vivendo.

La filosofia di gioco


Forse che forse il patron Cairo ha trovato la quadratura del cerchio dopo un decennio di tentativi: tra le formazioni rivelazione del 2013 quella che più ha brillato per qualità e impianto di gioco (non ce ne voglia il Verona di Mandorlini) è senza dubbio il Torino. Squadra imprevedibile, capace di far male tanto in casa quanto in trasferta, mister Ventura dopo un anno di pragmatismo per riportarla in A e un altro per far assimilare il suo diktat ai giocatori nel massimo campionato (raggiungendo comunque una tranquilla salvezza), alla terza stagione sulla panchina del Toro sta esprimendo tutto il suo credo calcistico, trasferendo sul rettangolo verde una manovra ariosa e implacabile grazie a un numero 9 e a un numero 11 che dalle parti della Mole Antonelliana fanno sognare come ai bei tempi che furono. Immobile finalizza l'impressionante mole di gioco di Cerci, pure lui in stato di grazia ormai da mesi, il centrocampo tiene e la difesa non commette sbavature clamorose; ripartenze fiammanti e cuore toro quando c'è da soffrire, nonostante gli addii di Gillet, Ogbonna e Bianchi, la squadra gira che è una meraviglia. Unico neo? I due derby persi in casa, senza segnare.

La partita


Roma – Lazio 0-1 del 26 maggio – Prima storica finale di un trofeo ufficiale tra Roma e Lazio, un derby giocato per altro allo Stadio Olimpico. Le premesse c'erano tutte sia per una partita ad alta tensione fuori lo stadio, sia per uno spettacolo incredibile sugli spalti e in campo: sul finire del maggio scorso le squadre della capitale hanno dato vita a una partita vibrantissima, l'ultimo atto di una stagione che la Juve aveva reso meno appassionante in campionato. Dunque Coppa Italia per vivere emozioni forti (e assicurarsi un posto in Europa), e pazienza che la gara non sia stata tecnicamente stupenda: tensione, adrenalina e agonismo puro, alla fine l'hanno spuntata i biancocelesti con un gol di Lulic al minuto 71. Lo stesso in cui ad ogni partita i supporters laziali esultano ricordando quello storico 26 maggio.

Dr.Jekyll & Mr.Hyde

Dov'è finito il Catania delle meraviglie plasmato da mister Maran? Appena sei mesi fa il sodalizio etneo chiudeva all'ottavo posto in classifica, mostrando gioco e carattere; un mercato estivo con addii eccellenti (Marchese, Lodi e Gomez corrispondevano bene o male alla spina dorsale) e una società indebolita a livello dirigenziale ha mostrato il fianco a un avvio di stagione, quella attuale, da incubo con 10 punti in 17 uscite, già un cambio di allenatore e problemi cronici in tutti i reparti.

Percorso inverso quello dell'Inter, con Stramaccioni disastroso soprattutto dopo le vacanze natalizie e per tutto il girone di ritorno, stessi interpreti ma nuovo mister e i nerazzurri si sono rimessi in carreggiata: Mazzarri ha aggiustato la difesa puntellandola con Campagnaro e Rolando, ha valorizzato gente come Alvarez e Jonathan e ha riposto tutte le sue speranze di fare gol nell'immenso Palacio. Nonostante i terremoti al vertice del club, via Moratti dentro Thohir, ora quella interista sembra una squadra.

Un breve accenno poi all'anno ambivalente dei calciatori: da salvatore della patria e implacabile cecchino, a "sbaglia-rigori" nervoso e incapace di fare il leader, il 2013 di Mario Balotelli ha avuto decisamente due facce molto differenti tra loro. Così come diverse sono stati i primi sei mesi rispetto agli ultimi sei per Antonio Cassano: separato in casa alla Pinetina, di nuovo importante e geniale come sempre (e fino ad ora senza colpi di testa, o "cassanate" che dir si voglia) a Parma. Continua così Antò.

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