La ricetta di Albertini: “Serie A a 18 squadre e 10 giocatori del vivaio in rosa”

In un’intervista alla ‘Gazzetta dello Sport’, Demetrio Albertini spiega cosa farà se sarà eletto presidente della Federcalcio

Demetrio Albertini è da qualche giorno candidato ufficialmente alla presidenza della Figc, poltrona lasciata vacante da Giancarlo Abete. Il presidente federale, dimissionario dopo la figuraccia dell’Italia ai Mondiali di Brasile 2014, ha come ultimo atto chiesto i danni agli imputati di Calciopoli, anche quelli prescritti. Albertini vuole invece tornare a parlare di calcio attuale, per poter far rinascere l’intero movimento: serve un cambio di rotta senza precedenti, una sterzata che consenta alle nuove generazioni di talenti di emergere e sostituire i senatori ormai logori. Di esperienza sul campo Albertini ne ha da vendere e dopo aver concluso la carriera da calciatore, ha avuto modo di fare esperienza nelle stanze della Figc e nelle commissioni Fifa e Uefa.

Qualche mese fa aveva annunciato la sua volontà di dimettersi da vice-presidente federale, per intraprendere eventualmente la carriera da dirigente di club (pare lo avesse corteggiato il Milan), oggi è più convinto che mai a proseguire la sua esperienza del governo del calcio, per cambiarlo radicalmente. Attualmente, nonostante l’appoggio della Juventus di Andrea Agnelli, Albertini è in netto svantaggio rispetto all’altro candidato, il 71enne Carlo Tavecchio, ex dirigente della DC e attuale numero uno della Lega Nazionale Dilettanti.
Tavecchio è favorito perché può contare sulla sproporzione con la quale viene assegnato il peso in fase di elezione del presidente federale:

“Non c’è dubbio – dice Albertini alla ‘Gazzetta dello Sport’ – che in Federazione regni l’ingovernabilità. Due componenti, Dilettanti e Lega Pro, hanno il 51% e possono eleggere da sole il presidente ma non hanno la maggioranza in consiglio e non possono governare. Credo che si debba superare l’attuale struttura direttiva della Figc. A ciascuno il suo. Io immagino, dentro il consiglio federale, la creazione di due “consigli d’amministrazione” specifici per l’area professionistica e quella dilettantistica, ognuno con le proprie competenze. Così, peraltro, si potrebbero avere rapporti più diretti con Coni e Governo, che va sollecitato sullo ius soli per far sì che chi nasce in Italia sia italiano anche per lo sport, e su una legge per il volontariato sportivo”.

Alla base della rivoluzione “albertiniana” c’è ovviamente la riforma dei campionati, con lo scopo di innalzare il livello del calcio italiano, crollato negli ultimi anni al cospetto di Liga spagnola, Premier League e Bundesliga su tutti, ma anche di dare più spazio ai giovani e alle nuove generazioni di campioni:

“Il mio disegno di cambiamento – prosegue Albertini – presuppone che tutti i pezzi vadano al loro posto, altrimenti è inutile cambiare. Solo così il massimo campionato potrà tornare a confrontarsi con le giuste credenziali con l’Europa e le altre categorie potranno dedicarsi alla formazione e alla territorialità. Una Serie A a 18 squadre, una B a 20 e una Lega Pro che è stata appena ridotta a 60, dopo tanti anni, e quindi non è detto che debba scendere ulteriormente. Quello che mi interessa è la sostenibilità finanziaria: negli ultimi tempi abbiamo perso troppe realtà, le ultime Padova e Siena. Ma la riduzione delle partecipanti è solo il primo passo. In A ciascun club dovrà avere rose con un massimo di 25 giocatori e un minimo di 10 locali, cioè cresciuti nei vivai, indipendentemente dalla nazionalità perché l’Unione europea non ce lo consentirebbe”.

Quanto agli extracomunitari, per Albertini la questione non si pone, anche perché a volte ci si trova di fronte a compagini di serie A costituite prevalentemente da giocatori comunitari e prive ugualmente di titolari italiani.

“Di certo non serve bloccare gli extracomunitari. Il tetto è un falso problema che va superato. Non sono gli extra Ue che frenano la crescita del movimento della Nazionale: in squadra potresti avere 11 francesi, tutti comunitari, e nessuno convocabile. Dobbiamo puntare sulla qualità. Da un lato l’obbligo di utilizzare gli elementi formati nei settori giovanili italiani, dall’altro l’apertura delle frontiere, all’interno dei flussi decisi dal Governo, per essere più competitivi sul mercato globale”.

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