Che fine ha fatto Giancarlo Antognoni?

Per i tifosi è ancora capitano della Fiorentina, campione del mondo nel 1982. La storia di una carriera bella e sfortunata.

Se chiedete ad un tifoso della Fiorentina cosa pensa di Giancarlo Antognoni la risposta è molto semplice: “Antonio”, come lo chiamavano quando giocava, è semplicemente il capitano. Lo è ancora ora, nonostante siano passati ormai 27 anni dalla sua ultima partita in viola, dal suo ultimo gol contro l’Empoli. Una storia durata 15 anni, intensi, d’amore, dopo 341 presenze in Serie A, record nel club toscano, 429 in tutto le apparizioni con la Fiorentina. Antognoni detiene anche un altro record curioso, è il giocatore della nazionale con maggior numero di apparizioni con la numero 10 sulle spalle, anche in Azzurro però questo centrocampista umbro di nascita e fiorentino di adozione ha dovuto fare i conti con la sfortuna.

Il Torino lo nota da ragazzino e lo porta in Piemonte per poi parcheggiarlo nell’Asti Ma.Co.Bi., le sue caratteristiche lo portano nel mirino della Fiorentina che lo acquista nel 1972. La squadra è allora allenata da Niels Liedholm che lo fa esordire contro il Verona al Bentegodi, indossa la numero 8 e subito incanta, i toscani vincono 2-1 e lo svedese dirà di lui: “Il ragazzo gioca guardando le stelle”. È l’inizio di una carriera scintillante, lo paragonano a Gianni Rivera, un onore per lui che è cresciuto milanista in una famiglia da sempre rossonera. Della Fiorentina è il trascinatore per 15 anni, entra subito nel mirino della nazionale con la quale conquisterà il mitico mondiale del 1982, ma salterà la finale per infortunio, uno dei tanti che hanno costellato la sua vicenda calcistica.

Più volte ha rischiato di dover dire addio al calcio, se il taglio rimediato per una tacchettata di un difensore polacco in semifinale lo ha privato della gioia di scendere in campo contro la Germania, sono altri due gli episodi che davvero potevano costargli carissimo. Il primo è uno scontro con il portiere del Genoa Martina, l’estremo difensore prende male il tempo e lo colpisce con una ginocchiata alla testa. Va in arresto cardiaco e deve ringraziare il medico sociale rossoblu Pierluigi Gatto e al suo massaggiatore Ennio Raveggi. Rimedia una doppia frattura cranica, viene operato e torna in campo dopo quattro mesi. Tre anni dopo un nuovo terribile infortunio, la frattura scomposta di tibia e perone in seguito allo scontro con Luca Pellegrini della Sampdoria, in questo caso lo stop sarà di oltre un anno, ma promette di non mollare e sarà di parola.

Questi tre infortuni hanno un particolare in comune, oltre al fato di essere tutti molto seri, derivano tutti dalla sua generosità in campo, dalla sua voglia di provare a raggiungere ogni pallone, rischiano a volte di rimetterci la gamba o la testa. Questa sua attitudine lo fa diventare l’oggetto del desiderio di tutti i grandi club, Gianni Agnelli gli fa una corte spietata ma lui non molla vuole Firenze e solo Firenze, la sua casa adottiva, la città dove ancora vive. E Firenze lo ha ripagato con un amore sconfinato, erano 40000 i tifosi presenti in un Artemio Franchi in pieno rifacimento in occasione della sua partita di addio. Conclude la sua carriera giocando due anni nel Losanna e i tifosi fiorentini spesso andranno in trasferta in Svizzera per poterlo guardare.

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Al termine della carriera è rimasto alle dipendenze della società viola come dirigente per altri 15 anni, nel corso della gestione Cecchi Gori, si dimetterà definitivamente nel 2001. Ha occupato negli anni anche il ruolo di responsabile del settore giovanile azzurro. Ha compiuto 60 anni lo scorso prima aprile e li ha festeggiati nella sua Firenze con la moglie Rita Monosilio, romana conosciuta durante un ritiro della nazionale. A Firenze ha aperto un ristorante, il Kilimanjaro Café che viene gestito dal figlio Alessandro. Passa il suo tempo libero giocando a tennis, calcetto e golf ma come lui stesso ha detto scherzando, in occasione del suo compleanno, presto l’età gli permetterà di dedicarsi soltanto all’ultima di queste sue tre passioni sportive.